«S e ancora c’è qualcuno che dubita che l’America non sia un luogo nel quale tutto è
possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori è tuttora vivo in
questa nostra epoca, che ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia,
questa notte ha avuto la risposta che cercava». Queste le prime parole pronunciate
da Barak Obama, appena eletto 44° Presidente degli Stati Uniti, nella «sua» Chicago,
al Grant Park di fronte ad oltre 240.000 persone che da ore erano in attesa di una vittoria
che si profilava sicura già dai primi dati elettorali e che è diventata certa con la conquista
degli Stati da sempre considerati decisivi: Ohio, Pennsylvania, Florida, Virginia, California.
Una vittoria straordinaria, in una di quelle elezioni che cambiano l’America e che
giungeva dopo una delle più lunghe campagne elettorali che si ricordino negli USA. Una
campagna elettorale che rimarrà agli atti perché condotta in un momento storico complesso
e difficile, con un’America spaventata e preoccupata, al centro di una delle più forti
crisi economiche che l’abbiano colpita e che usciva da una bi-presidenza di George W.
Bush fra le più contestate e al minimo storico del consenso. Ma soprattutto un’America
delusa e lontana dalla politica. Non sappiamo ed è prematuro immaginare e prevedere
come la nuova presidenza si muoverà a breve e a lungo termine, quali saranno i successi e
gli insuccessi, ma una cosa è certa: l’America ha ritrovato se stessa, la sua grandezza di
Paese libero e democratico, la compattezza di un grande popolo che ha radici lontane e
solide alle quali si affidano, si legano e si identificano subito anche i nuovi arrivati, l’America
della «Dichiarazione di indipendenza», della Costituzione del 1787 e di quella Rivoluzione
liberale che precedette e ispirò la francese, ma che mai però si discostò dai principi di libertà
e democrazia, non conoscendo così la violenza e il terrore giacobino. E soprattutto,
come ha titolato a tutta pagina il 5 novembre il The New York Times, quell’America che, votando
Obama, ha «Racial barrier falls in decisive victory». Con Obama alla Casa Bianca si
chiude un lungo periodo storico e si cancellano quelle differenze razziali che molto hanno
pesato nella società e si offre al mondo una soluzione che non potrà che portare benefici
sul piano sociale, politico e culturale. Un Afro-Americano alla Casa Bianca, chi lo
avrebbe immaginato? Eppure ciò è accaduto a dispetto di quelli che solo qualche mese fa
affermavano, anche in Italia, il contrario. La verità è che l’America in questi ultimi anni è
profondamente cambiata e che Obama ha compreso, interpretato e guidato questo cambiamento.
La «lunga marcia» obamiana è iniziata, usando un’immagine di un grande film
di qualche hanno fa, con un sol uomo che corre, poi man mano qualcun altro lo segue, fino
ad aver dietro una folla, migliaia e migliaia
di persone. Così è successo ad Obama.
Un mix fra una personalità fortissima,
un politico giovane, colto ed intelligente
ed un popolo che aspettava una voce nuova
e qualcuno che ridesse speranza e fiducia
agli esclusi. Continuità e cambiamento
nella tradizione politica dei grandi da Lincoln
a Kennedy. E il primo segnale è giunto
dai contributi elettorali: mai si era visto
un candidato sostenuto da milioni di persone
che inviavano anche solo 5 dollari,
tutto alla luce del sole e col massimo del
controllo. Poi dopo la nomination la corsa
ad iscriversi nelle liste elettorali: anche qui
qualche milione di donne e uomini, specie
delle minoranze ispaniche e afro-americane,
che mai lo avevano fatto perché mai
avevano votato. E poi i giovani, impegnati
fortemente, che hanno votato, il 68% per
Obama. Ma la campagna del nuovo Presidente
non è stata solo emozionale, è stata
una campagna «fredda» e attenta ai veri
problemi che angustiano gli americani:
prima fra tutti la politica interna. Ad essa
hanno pensato oltre il 63% degli oltre
120.000.000 di elettori americani prima di
scegliere fra Obama e McCaine. E questi
saranno i primi temi che il nuovo Presidente
dovrà affrontare: temi noti che non
riguardano solo gli Usa. L’agenda di Obama
è pesante. Per cominciare a capire
qualcosa bisognerà aspettare la nomina
della squadra: Tesoro, Esteri e Difesa, ma
anche Educazione, Salute ed Ambiente e
la lista degli uomini di cultura che avranno
finalmente di nuovo accesso alla Sala Ovale
della Casa Bianca. In politica estera Obama
ha una buona spalla in Joe Bines, il vice-
Presidente, grande esperto in materia.
Il 20 gennaio, giorno dell’insediamento,
molti dubbi saranno sciolti e anche noi europei
dovremmo avere le idee più chiare.
Una cosa è certa: si apre una era nuova
che il giovane Presidente è deciso a percorrere
con convinzione, perché cosi lo vogliono
gli americani che lo hanno eletto e
i tanti nel mondo che hanno sperato che
ciò avvenisse.