LA MEMORIA E LE MODE




Quando la memoria è più forte delle mode. Fortunatamente.
Si commemoravano a Roma, nella chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo, Gerolamo Tartaglione nel lontano anniversario della sua uccisione per mano delle Brigate Rosse, e un altro insigne giurista calabrese, Giuseppe Battiati, nel centenario della nascita. Erano le sette della sera, con un cielo da tardo autunno quale Roma possiede, sostiene taluno, soltanto Roma, ignorando che le nuvole lassù non distinguono fra latitudini. Erano dunque le sette della sera, stava per iniziare la Messa, nel formicaio di viavai affluivano amici e estimatori.
D’un tratto, da un tendone quasi a ridosso del portale, una band attaccò o proseguì (già suonava quando io arrivai) a pieno volume. Uno di quei ritmi che si apprezzano forse a vent’anni. Insistiti, ripetitivi, assordanti. Se lo faceva è perché evidentemente poteva farlo. Ma non a questo va la mia riflessione, bensì al compatto e distaccato fluire delle persone intenzionate a rendere omaggio, oltre la soglia del tempio che in pochi minuti nereggiò di presenze.
Quando il celebrante, chierica o tonsura nel mezzo della nuca, esauriti i preliminari del rito iniziò la predica, veniva di compiangerlo e ammirarlo tutt’uno. Il primo sentimento per il suo dover contrastare con la propria voce gli altoparlanti o diffusori che si chiamino. Il secondo di ammirazione all’imperturbabilità del presbìtero nel dire tutto quello che aveva da dire intendendo che doveva essere detto: non un’alterazione dei toni, non una pausa protratta a significare insofferenza o richiesta di solidarietà ai fedeli. Solo l’Andreotti dei tempi migliori avrebbe potuto essergli pari.
Infine vinse lui perché per una qualche ventura, forse avvicinandosi l’ora di cena, la musica, il chiasso, cessarono, il silenzio della gran navata s’ingigantì, quel prete poté esprimere le cose essenziali che di solito stanno sempre in fondo alle prediche e non solo.
Adesso trasferiamoci a Cuneo, con pensiero e memoria, dove si celebrava un anniversario d’altro genere. Nella sua gran piazza intitolata a Duccio Galimberti, eroe della Resistenza, dove per anni si susseguirono i giuramenti solenni delle reclute del 2° Alpini che il Battaglione comandato da mio fratello Ernesto addestrava, in quella piazza, appunto, sono confluiti migliaia di giovani ed ex giovani penne nere, convenute da tutt’Italia per onorare, massì, il principe della risata e di blasone Antonio De Curtis, partenopeo. In arte Totò. Una battuta folgorante fra le molte dell’irripetibile comico nel definirsi «Uomo di Mondo» per avere fatto il militare a Cuneo, ispirò dieci anni fa alcuni illuminati e arguti cittadini che pensarono bene di costituire una Associazione, appunto degli uomini di mondo, con l’intento di onorare il coniatore dello slogan-tormentone.
E gli venne innalzato un monumento (forse ci vorrebbe il diminutivo) decoroso e tutta compostezza, secondo quell’etnia.
Si potrebbe pensare che un organismo così non abbia ormai senso, stante la pensata degli Stati Maggiori ma anche più in su, che dopo cogitabonde notti insonni vararono la sospensione della Leva. Or è qualche anno. Ma gli Alpini o sono la Leva con ricordi, tradizioni, eroismi secolari, fanti di montagna perché gente di montagna che novant’anni fa sul Piave oppose valore alla baldanza bicipite, oppure sono militari come ogni altra Arma o Corpo. O sono i loro cappelli grigioverdi invecchiati e mai logori, e le rispettive famiglie unite al seguito, o ne sono il contrappunto pur degnissimo che purtroppo già ha cominciato a contare i propri morti, Caduti per il Dovere.
Sia davvero benedetta, la buona memoria. Infatti ecco moltiplicarsi da tutt’Italia le richieste giovanili di far parte degli «Uomini di Mondo», soldati onorari nei loro intendimenti, essendogli stata sottratta la penna nera cui ambivano. Parola d’Alpino della naja di diciotto mesi. Troppi.

Franco Piccinelli




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