A ROMA ARRIVANO GLI ALLEATI

4 giugno 1944: ricordi di un ragazzo... di allora


Alcuni anni fa conobbi al Ministero della Difesa il Generale Edward H. Thomas, primo ufficiale americano (allora Maggiore) entrato in Roma nel 1944 con le avanguardie delle truppe alleate impegnate nella liberazione della città dall’occupazione tedesca. Appresi così del suo intento di redigere un libro su quegli eventi. Aderendo alla sua specifica richiesta, gli inviai in breve tempo un appunto sui miei ricordi di quei giorni, vissuti a Roma con la mia famiglia, che ora provo a sintetizzare.
Sono ricordi molto vividi non solo degli eventi ma anche del particolare clima psicologico nel quale si verificarono, caratterizzato dall’euforia succeduta all’incubo della lunga occupazione nazista della Città Eterna, durante la quale rammento in particolare la penuria di tutti i beni primari (alimenti, acqua, energia elettrica, gas, trasporti pubblici, ecc...).
La mia famiglia (mia madre, mia sorella e me; mio padre, sottufficiale dei bersaglieri era stato fatto prigioniero durante l’occupazione inglese della Somalia) viveva all’epoca nel quartiere Esquilino attraversato dalle due importanti Vie consolari provenienti dal Sud dell’Italia: la Via Appia da Napoli e la Via Casilina da Cassino.
Poiché, grazie anche alle pressioni del Papa Pio XII, Roma era stata dichiarata «città aperta» per salvarla dalla distruzione l’ingresso delle truppe alleate il 4 giugno 1944 fu ritardato di alcune ore, a seguito di accordi tra i belligeranti, per consentire alle truppe germaniche di abbandonare l’abitato e spostarsi verso il Nord Italia.
Dalle fessure delle persiane delle finestre chiuse della nostra abitazione (ciò era imposto dal cosiddetto «coprifuoco») ricordo di aver visto automezzi tedeschi transitare a tutta velocità, e da ultimo, una motocicletta con sidecar con due militari a bordo che, in ritardo, cercava di raggiungere ed unirsi agli altri convogli. Contemporaneamente si udirono delle forti esplosioni provenienti dalla zona di Porta Maggiore dove i tedeschi avevano parzialmente demolito con le mine alcuni edifici, tra cui quello della FIAT in Viale Manzoni, nel tentativo di rallentare l’avanzata degli alleati.
Finalmente nel tardo pomeriggio del 4 giugno 1944 due colonne di automezzi pesanti, di blindati, di carri armati e speciali entrarono in città da Porta Maggiore e da Porta S. Giovanni per unirsi nella Piazza Vittorio Emanuele II.
Faceva caldo e, dalle finestre finalmente aperte, sentivamo lo sferragliare dei mezzi e le urla di giubilo della popolazione. Vinte le resistenze di nostra madre, che esitava a portare due bambini in mezzo alla folla, ci recammo fino alla suddetta Piazza dove assistemmo, per un tempo che mi sembrò lunghissimo, al lento sfilare «stop and go» della colonna di mezzi, con la stella bianca cerchiata, proveniente da Cassino. I militari a bordo ricambiavano entusiasti le acclamazioni della popolazione che faceva ala al loro passaggio e che li applaudiva anche dalle finestre dei palazzi, quasi tutte imbandierate con la Bandiera tricolore. Alcuni di questi militari, approfittavano delle frequenti soste della colonna per lanciare ad incredibili altezze, dalla torretta dei carri (tanks), pacchetti di sigarette e di chewing-gum verso le finestre dov’erano affacciate festanti ragazze. Il mattino successivo la «sfilata» continuò per ore ed ore accompagnata dalle solite manifestazioni di gioia. Fu allora che la nostra esultanza fu turbata da uno sgradevole episodio di intolleranza. Seguendo l’esempio degli altri cittadini nostra madre espose da una finestra la Bandiera nazionale che aveva sventolato in Somalia sul fortino di FER-FER, sul confine con l’Etiopia, comandato per qualche anno da mio padre.
Questa Bandiera era molto grande e scendeva dalla nostra finestra al primo piano fin quasi a lambire l’arco del portone d’ingresso del palazzo. Al centro della banda bianca del vessillo tricolore era impresso lo stemma dei Savoia sormontato dalla corona reale perché la bandiera aveva sventolato su un presidio militare. Ebbene, dalla strada sottostante, due o tre facinorosi urlarono a mia madre di rimuovere la Bandiera perché riportava l’emblema reale. Mia madre coraggiosamente, si rifiutò adducendo che quella era tuttora la Bandiera nazionale. Fortunatamente quegli scalmanati alla fine desistettero dal loro atteggiamento.
Il giorno seguente ci attendeva un’altra sorpresa: mia madre, uscita di casa per il consueto, disperato tentativo di acquistare qualcosa da cucinare, tornò dopo poco tempo con una borsa di stoffa gonfia di pane. Fu così che dopo tanta penuria potemmo finalmente mangiare a sazietà un pane bianchissimo, confezionato con farina di riso, che ci sembrò squisito. Questa iniziativa degli alleati a favore di una popolazione ridotta allo stremo, contribuì immediatamente a modificare in positivo il clima psicologico della città. Rammento ancora un ulteriore episodio legato alla presenza dei militari americani in Roma. Costoro ricevevano con la razione viveri anche della cioccolata che da noi era sparita dal mercato con l’inizio della guerra, talché mia sorella ed io (sei ed otto anni) non ne ricordavamo nemmeno il sapore. Nostra madre ebbe quindi l’idea di procurarcela raggiungendo il vicino Colosseo intorno al quale sostavano permanentemente moltissimi autocarri militari americani. Accanto ad uno di questi la vedemmo rivolgersi al militare di bordo sventolando una banconota di AM-lire (la moneta a corso legale stampata dagli Alleati), ripetendo la parola «cioccolata» mentre indicava con la mano noi bambini. Il militare capì e dette a mia madre delle confezioni in tavoletta del dolciume rifiutando, sorridente, la banconota che lei insisteva ad offrirgli perché, come ci spiegò dopo, non voleva dare la sensazione di chiedere l’elemosina. Tutto si concluse con calorosi ringraziamenti al generoso militare e con la gioia di noi bambini di assaporare un cibo dimenticato da sempre. Sulla via del ritorno verso casa, mentre attraversavamo come all’andata il parco del Colle Oppio (sovrastante le vestigia della «Domus Aurea» di Nerone), mia madre si accorse che eravamo seguiti da un militare afro-americano che a me sembrò gigantesco, che camminava non in linea retta, perché palesemente brillo, rivolgendo parole incomprensibili ma facilmente intuibili all’indirizzo di nostra madre che, all’epoca, aveva quarantadue anni. Essa accelerò il passo raccomandandoci di non voltarci indietro, finché dopo un bel tratto l’uomo desistette dal seguirci. Credo che mia madre subì in quella circostanza un’ulteriore angoscia che, peraltro, riuscì a nascondere molto bene a noi figli.
Un ultimo ricordo di quel periodo risale al 1945 e si riferisce ad un episodio cui assistetti all’uscita dalla scuola insieme ai miei compagni. Un camion americano era fermo in Viale Manzoni poco distante dal nostro Istituto. Alcuni militare erano scesi a terra; apparivano tutti addolorati ed uno di loro addirittura piangeva. Noi ci fermammo ad osser varli finché qualcuno di loro comprese il nostro stupore e, in un linguaggio italo-inglese molto approssimativo, ci informò che era morto il Presidente Roosvelt.
Qui finiscono i miei ricordi più significativi di quel drammatico periodo.
Naturalmente rammento molto bene gli anni che seguirono ma, come si dice, questa è un’altra storia.

Tito Violini




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