Alla fine di un anno si fanno i bilanci, ma prima si ricordano
gli avvenimenti di quelli che avevano lo stesso
numero finale. E certo che di anni importanti del
secolo passato con il 9 in coda, ce ne sono stati e non
pochi: ’29 la grande crisi, ‘39 l’inizio della seconda guerra mondiale,
’69 l’uomo sulla luna, ’89 la caduta del muro di Berlino.
E quest’anno lo spettro del’29 è riapparso. L’orrore del ’39
sembra ormai lontano e i paesi che hanno dato il via alla più
grande tragedia della storia dell’umanità si trovano ora accanto
nelle alleanze e nell’Unione europea. Il «muro» che ha segnato
per anni una divisione non solo ideologica, politica e militare,
ma anche visibilmente fisica, quasi a prolungare il tempo triste
e crudele dei campi di concentramento e di sterminio, è crollato
portandosi dietro la caduta stessa di quel regime comunista
che aveva sottomesso milioni di uomini e donne tenendoli lontani
da ogni contatto con il resto
del mondo. Ma nel secolo
passato c’è stato un evento a
dir poco straordinario, unico e
per ora irripetibile, un anno
ed un giorno, quel 19 luglio
del 1969 che chi lo ha vissuto
ricorda chiaramente e con
emozione sempre viva: l’uomo
aveva poggiato il piede sulla luna!
Il sogno di tanti, poeti, innamorati,
scienziati pazzi, fantascrittori,
si era concretizzato,
nello stupore di tutti noi, con
gli occhi rivolti verso il pallido
satellite. E tutti, senza distinzione,
hanno provato un emozione diversa e nuova. Poi passato lo
stupore, calmati i battiti del cuore, il cervello ha cominciato a
macinare domande. Come si è riusciti nell’impresa, chi saranno
stati gli uomini e le donne a concretizzare un sogno, anzi il sogno
di viaggiare nello spazio. Quando l’impronta del primo
astronauta, Armstrong, impresse il calco della sua scarpa sulla
sabbia lunare, non solo si concludeva un viaggio nello spazio,
ma anche una sfida dell’intelligenza e della volontà umana. Per
arrivare a quel risultato si era messa in moto una «macchina»
straordinaria, che partiva da lontano anche se purtroppo dalla
seconda guerra mondiale, dalle micidiali V-2 e dagli studi del
barone tedesco, Wernher von Braun. Ma a dare il «go» alla missione
Apollo 11 fu un ingegnere di nome Rocco Anthony Petrone.
Uno straordinario personaggio, di sangue e non solo di
cognome italiani. In un libro, uscito da poco, si può scoprire
questo importante personaggio, che ricoprì incarichi all’interno
della NASA di eccezionali responsabilità. Autore del volume
è un giornalista della RAI, caporedattore della TGR della Basilicata,
Renato Cantore. Titolo «La tigre e la luna.Rocco Petrone. Storia
di un italiano che non voleva passare alla Storia» (ed. Rai- Eri).
Cantore ci racconta, con abilità e piacevolezza di scrittura, una
storia che ti prende al cuore e ti emoziona. Una storia che sembra
più frutto della fantasia, che fredda cronaca della vita di un
uomo. Perché ne parliamo? Perché Rocco Petrone è figlio di
un carabiniere. Il padre Antonio, nasce a Sasso di Castalda, in
provincia di Potenza. Richiamato nella prima Guerra Mondiale,
combattente, fa domanda per entrare nell’Arma e viene accolto,
inviato come ausiliario alla legione di Catanzaro. Congedato
nel febbraio 1920, insieme al «premio di congedamento», l’autorizzazione
a fregiarsi della medaglia interalleata della vittoria
e alla dichiarazione di aver tenuto buona condotta e aver servito
con fedeltà e onore, come
ricorda Cantore. Antonio Petrone
e la giovane sposa emigrano
nel ’21 negli Stati Uniti,
ad Amsterdam, un piccolo centro
dello Stato di New York.
Nel 26 nasce Rocco. Ma subito
dopo muore il padre. La madre
rimane negli USA. E da
questo momento inizia la storia
di Rocco, figlio di immigrati,
ma con un cervello ed una
volontà ed un fisico imponente,
«torre umana» nella squadra
di football americano, che
non guasta negli USA, specie
se si entra a West Point. Perché questo e il primo approdo di
Rocco, dopo il College, dai risultati brillantissimi. Un italiano,
un emigrato a West Point! Da non credere. E tutto quello che
segue sembra una di quelle favole che si raccontano nei film di
propaganda. È invece la realtà. Esce ufficiale dell’US Army e
poi si laurea in ingegneria al prestigioso MIT di Boston. Dal
1946 inizia il viaggio di questa straordinaria persona, di grandissima
intelligenza, capacità, che lo porterà ai vertici della NASA
e a dar il «via» a quel missile che consentirà di giungere fin sulla
luna. Senza voler far pubblicità al libro del bravissimo Renato
Cantore, la lettura della storia di Rocco Petrone è avvincente ed
educativa. È la storia di un figlio della nostra emigrazione, che
l’America ha accolto e fatto giungere ai massimi vertici. Ma è
anche la storia di un militare, di uno scienziato, che ha dato
uno straordinario contributo all’avventura spaziale, in un Paese
libero e democratico.