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Tra realtà e fantasie
Quando arrivavo a Fortezza,
per la settimana bianca in
Alto Adige, venivo aggredito
da due forti sensazioni:
dal profumo della cioccolata calda
e dello strüdel che avviluppava il bar
della stazione ferroviaria e dall’inquietante
visione dell’imponente forte che
dà il nome alla località. Oggi, il primo fenomeno è pressoché scomparso perché con la soppressione delle frontiere e la riduzione del personale ferroviario in servizio al Brennero la frequentazione del caffè ristoratore si è ridotta al lumicino, mentre la fosca fortezza ha perso, per così dire, ogni ritegno e si è aperta al pubblico dopo oltre cento anni dalla costruzione. Di questa seconda opportunità mi sono avvalso la scorsa estate compiendo una minuziosa visita che cercherò di condensare per i nostri lettori. Nel 1797 l’Armée d’Italie di Napoleone avanza improvvisamente da sud verso l’Austria (mentre tutti si aspettano un grande attacco sul Reno) e risale le valli dell’Adige e dell’Isarco fino a giungere al Brennero. L’Austria è costretta ad un armistizio umiliante e i suoi strateghi si convincono che sarebbe necessario costruire una linea fortificata di difesa dal Tirolo all’Adriatico. Nel 1801 il diciannovenne arciduca Giovanni avvia i primi progetti per la costruzione di un grande forte a nord di Bressanone in grado di bloccare l’accesso alla Val d’Isarco e alla Val Pusteria. Dopo la caduta di Napoleone, scoppia in Francia una nuova rivoluzione (1830) e in Italia incominciano a circolare le idee mazziniane per l’unità nazionale. L’Austria aggiorna allora i progetti e nel 1833 l’arciduca Giovanni riesce a trovare la disponibilità finanziaria per l’inizio della costruzione della Fortezza, costruzione preceduta in tutta fretta dalla realizzazione del famoso «Quadrilatero» (Verona, Peschiera, Mantova e Legnago). Il forte viene inaugurato nel 1838 e intitolato al defunto imperatore Francesco I. Il nuovo imperatore Ferdinando, conosciuta l’entità della spesa (circa 2,6 milioni di fiorini, l’equivalente di 400 milioni di Euro), commenta sarcasticamente: «per questa cifra mi sarei aspettato una fortezza tutta d’argento». I numeri del manufatto sono impressionanti: 20 milioni di mattoni, trasportati su 120.000 carri, 250.000 metri cubi di granito, trasportati su 795.000 carri, 4.500 manovali, 1.700 scalpellini. «Minacciosa come un leone, ma di pittoresca bellezza», come commenta la stampa in occasione dell’inaugurazione, l’enorme struttura consta in realtà di 3 forti a vario livello: il Forte Alto, che come un’acropoli domina l’intero complesso, è collegato con una galleria coperta di ben 451 gradini al Forte Medio e quest’ultimo è quasi complanare al Forte Basso. Ogni forte ha una articolazione interna similare, improntata all’autosufficienza logistica e difensiva, talché per far cadere l’intera fortezza occorre conquistare tre forti. La guarnigione avrebbe dovuto contare 1200 uomini con 90 pezzi d’artiglieria fra mortai, obici e cannoni. In realtà la forza era mediamente di 70 uomini e i pochi cannoni effettivamente in dotazione, vennero successivamente spostati a Venezia per reprimere i moti d’indipendenza. Splendido esempio di architettura militare, anche per le raffinate soluzioni adottate (camere di combattimento in laterizio per la dispersione dei fumi dei pezzi ad avancarica e l’attenuazione del rimbombo, polveriere a totale isolamento termico onde evitare umidità, surriscaldamento e scintille, coperture delle casermette con terrapieni in grado di smorzare i proietti), il forte non venne mai chiamato in causa perché il nemico non giunse mai. Solo nel 1862 ricevette il battesimo del fuoco, ma
praticamente si trattò di una semplice esercitazione.
Allo scopo di testare nuovi pezzi di artiglieria, batterie
austriache spararono contro le sue mura in granito
13 proietti che si infransero senza provocare danni
di rilievo. Nel 1866 sembra che la fortezza possa risultare realmente utile. Quando il giovane Regno d’Italia travolge il Quadrilatero e il confine con l’Austria si sposta ad Ala, Francesco Giuseppe pensa di inserire il forte in un sistema difensivo più ampio per sbarrare la Val Pusteria; ma la linea moderata dei piemontesi e l’arrivo di un nuovo mezzo di locomozione, il treno, impone una nuova concezione bellica: la difesa non si realizza con fortificazioni ma con la mobilità delle truppe per mezzo del trasporto ferroviario. Nel 1867 due linee ferroviarie attraversano il forte (quella del Brennero e quella della Pusteria) e dividono il Forte Medio da quello Alto. Nel 1882 la Fortezza viene declassata a deposito; nel 1919 cade senza combattere nelle mani dell’Esercito italiano; nel 1935 viene realizzato un lago artificiale per lo sfruttamento dell’energia elettrica, a ridosso del Forte Basso. Nel 2005 l’amministrazione militare cede il forte alla Provincia Autonoma di Bolzano, che lo utilizza per attività culturali e lo apre al pubblico. Il complesso resta tuttavia un luogo «magico» perché nel 1943, la Fortezza divenne il nascondiglio della riserva aurea della Banca d’Italia. I tedeschi scavarono una serie di gallerie nella roccia sulla quale il forte poggia e vi depositarono tonnellate d’oro; forse vi depositarono anche i preziosi sottratti a varie popolazioni europee in conseguenza delle leggi razziali (preziosi che sarebbero stati fusi in appositi lingotti), nonché le riserve auree della Jugoslavia completamente occupata. La complessità del quadro storico e la natura misteriosa dei luoghi alimentarono a lungo fantasie e speculazioni che si spingono fino a qualche decennio fa. E c’è ancora chi cerca lo scoop. Ma questa è un’altra storia. Salvatore Greco
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