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Come ci vedono stampa, cinema e TV
Rammento la prima volta che mi
capitò, nei lontani anni Sessanta,
di entrare in una Stazione
dei Carabinieri. Ero un giovane,
giovanissimo cronista alle prime armi. Un
aspirante stregone della notizia. Quello
che notai (e che mi resta ancora oggi in
mente nonostante i moltissimi anni trascorsi)
fu la figura del maresciallo - austero
ma indulgente, severo ma tollerante - che
le penne di illustri scrittori, come Mario
Soldati tanto per citare un esempio tra i
molti, hanno saputo egregiamente tratteggiare
nei loro romanzi prima ancora che il
piccolo schermo facesse indossare gli alamari
a grandi attori come Turi Ferro, Gigi
Proietti e Nino Frassica. Gli stessi alamari
portati anche da Totò e da De Sica in molte
pellicole che sono diventate le pietre
miliari della storia del cinema italiano.
La figura del maresciallo, mirabilmente riflessa anche nelle tavole di Belgrame per «La Domenica del Corriere», è forse (anzi, togliamo decisamente il forse) l’icona dei Carabinieri che, fin dalla loro nascita, hanno ancorato il resto dell’Istituzione ai comandi di stazione che, con il passare del tempo, sono divenuti i terminali non solo dell’Arma ma anche dello Stato là dove - accade anche questo - lo Stato non c’è. Non esiste. Il maresciallo dei carabinieri, ieri come oggi, non è solo il tutore dell’ordine, l’investigatore, il militare: esso è, al contempo, l’amico, il confessore, il padre di famiglia, il fratello maggiore. A lui non si ricorre soltanto per denunciare un reato, a lui si confidano i piccoli-grandi segreti, a lui si chiedono consigli, aiuti. Perché del maresciallo ci si può fidare. Nonostante l’avvento delle tecnologie, nonostante l’affannarsi della vita moderna la figura del maresciallo resta nell’immaginario collettivo quella che, appunto, ci hanno tramandato nei decenni la letteratura, il cinema, la televisione: e non è vero che il maresciallo dei carabinieri abbia perso in retorica per guadagnare in efficienza. Egli è rimasto immutato nella sua alta uniforme che lo contraddistingue dalle altre forze di polizia benché oggi abbia abbandonato la bicicletta, il moschetto, le ghette e sappia usare alla perfezione i nuovi strumenti che la tecnologia ha messo a disposizione dell’Arma nella sua plurisecolare lotta alla criminalità. Il maresciallo, in moltissimi piccoli centri di questa nostra Italia, è l’unico rappresentante dello Stato e insieme con il sindaco, il parroco e il farmacista - come si diceva una volta - costituisce ancora l’Autorità. Cinquemila stazioni, sparse dalle Alpi alla Sicilia, sono - adesso e più di prima - la grande ossatura dell’Arma. Sono gli occhi e le orecchie di una Istituzione complessa ma tra le più efficienti del Paese; sono i sensori di una «macchina » di cui gli italiani si fidano ciecamente e che amano più di ogni altra cosa. Le stazioni dei carabinieri sono in ultima analisi, il punto di riferimento di quell’esercito del Bene che si contrappone all’esercito del Male; sono gli estremi baluardi della sicurezza, gli «impareggiabili modelli di prossimità» - saccheggio l’imagine dall’intervento che il comandante generale dei Carabinieri ha tenuto all’inaugurazione dell’Anno Accademico della Scuola Ufficiali - ai bisogni dei cittadini e, quindi, di vere e proprie rassicurazioni sociali». Le fiction televisive ci hanno proposto personaggi come i marescialli Rocca e Cecchini e la trasposizione romanzata della vita nella Stazione è entrata nelle nostre case facendoci amare ancora di più queste figure, con i loro pregi e i loro difetti, alle prese con i problemi di tutti i giorni nei confronti dei figli, delle mogli, dei colleghi, ma pronti ad abbandonare anche i momenti più belli della vita familiare per correre in caserma e mettersi alla guida dei propri uomini per catturare l’omicida, il truffatore o per salvare la vita a chi la vita la vuole gettare al vento. Il piccolo schermo, negli ultimi tempi, ci ha mostrato anche la «nuova Arma» che attraverso i suoi reparti di eccellenza - come i Ris, i Nas, i Ros - combatte la «nuova criminalità» facendo ricorso a strumenti e attrezzature che fino a qualche anno addietro appartenevano alla fantascienza poliziesca. Ma anche in queste finzioni televisive - che poi altro non sono che la riproposizione delle attività giornaliere dei carabinieri all’interno di un contenitore virtuale quale è il piccolo schermo - la figura del maresciallo comandante di stazione finisce per essere coinvolta in ogni operazione di servizio perché «nessun processo decisionale, nessun programma di razionalizzazione, nessun sistema di e-government - cito ancora le parole del generale Gianfrancesco Siazzu - può prescindere dalla valorizzazione delle risorse umane». Insomma, la centralità dell’uomo è per l’Arma la chiave di lettura dell’intera attività istituzionale. E chi, meglio del maresciallo, può rappresentare questa centralità in una fase storica dove la macchina, purtroppo sempre più spesso, finisce per sostituire l’uomo? di Riccardo Berti
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