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Già nell’antica Roma
Cicerone nel descrivere la fondazione
di Roma, fa rilevare
come Romolo abbia posto
molta cura nello scegliere un
sito che presentasse soddisfacenti elementi
per la difesa della Città e altrettante soddisfacenti
caratteristiche che ne assicurassero
la salubrità.
L’igiene pubblica per i Romani (Salus publica suprema lex es) era sacra e veniva considerata, tra gli impegni dello Stato, il più importante. L’architetto Vitruvio che operò sotto Augusto aveva come motto «Architectus sit medicus»: il motivo di tanta saggia attenzione igienica nel mondo Romano era dovuto al fatto che l’igiene era considerata l’unico modo, allora conosciuto, di far prevenzione sanitaria. Malgrado fosse presente l’esigenza, la coscienza e l’attenzione nei Re ed Imperatori Romani per la tutela ambientale, il popolo romano non contribuiva attivamente alla nettezza cittadina. Rifiuti di ogni genere venivano gettati dalle finestre direttamente nelle strade, sia nelle Itinera, (percorsi urbani esclusivamente per i pedoni) sia nelle Actus, (strade a senso unico per il transito di un solo carro) sia nelle Via (aperte nei due sensi di marcia). I romani, quelli sporcaccioni, che insozzavano le strade, sfidavano le gravi sanzioni previste dalla Lex Iulia Municipalis, che imponeva ai bottegai e ai proprietari di case di pulire il tratto di strada davanti alle loro porte. Le strade dell’antica Roma, come quelle di molte grandi città coeve, erano strette e scarsamente areate. Malgrado la lungimiranza e l’attenzione del governo romano all’igiene, il sistema fognario troppo semplice e non sempre coperto con i servizi di nettezza urbana, sebbene organizzati, privi di effettiva efficacia, facevano sì che le strade, a qualsiasi tipologia appartenessero, in certi periodi e a certe ore erano spesso maleodoranti. Marziale, quando parla dei profumi più delicati, menziona un piccolo globo di ambra, tenuto in mano da fanciulle, per attenuare il puzzo urbano. Il piccolo globo d’ambra era ritenuto un elegante deodorante ambientale, d’uso però, esclusivamente femminile, sconsigliato agli uomini che non volevano mettere in discussione la loro virilità. A Roma si dava molta importanza all’uso dell’acqua; lo testimonino gli imponenti acquedotti, il sistema fognario, le piscine, le terme e le latrine, tutte strutture in uso tra i romani, fornite di acqua corrente. Mi scuso con i lettori più sensibili, perché ritengo necessario soffermarmi brevemente sulle «latrine» pubbliche romane, per compiutamente trattare l’argomento ambiente nell’antica Roma e anche per semplice curiosità. La latrina, di notevole interesse urbano e di utilità ambientale, era il «posto» che i romani adibivano allo smaltimento dei rifiuti corporei, esercitando tale funzione fisiologica pubblicamente, senza malizia nè vergogna alcuna. Le latrine pubbliche avevano forma rettangolare o semi-circolare, in genere sufficientemente grandi e ben areate; addossati in genere, lungo le pareti perimetrali, trovavano posto una serie di sedili di marmo chiamati «sellae pertusae», con sulla «seduta» dei fori e sotto dei canali di scolo per l’acqua corrente. Le «sedute» erano poste una vicino l’altra, in comune; oggi, una tale situazione, il doversi accomodare in un locale simile accanto a persona spesso sconosciuta, sarebbe oltremodo sconveniente, ma per i romani, quelli «antichi», era un fatto normale. Lo stare insieme ad esercitare certe funzioni, spesso diventava un momento di incontro, per chiacchierare, per fare affari, così come il fare bagni o massaggi alle terme, protetti sempre dalla dea Igea (dea della salute o del risanamento, essa era la divinità di ogni cosa pulita). A Roma, gli ormai scomparsi orinatoi erano chiamati «vespasiani», così detti, perché l’Imperatore Vespasiano (69-79 d.C.) impose una tassa sull’urina raccolta dai privati per averne un utile. L’urina, infatti, serviva ai lavandai per ottenere e vendere ammoniaca con la quale trattavano i panni di lana. Fuori le botteghe dei lavandai erano collocati dei recipienti a disposizione del passante che aveva quel tipo di esigenza. L’attenzione dei romani per la tutela ambientale era rivolta anche alla bonifica degli immensi acquitrini che occupavano le vallate alla base dei Sette Colli; fu edificata la prima cloaca a cielo aperto verso il 616 a.C. Per risanare l’area del foro, Tarquinio il Superbo realizzò poi la Cloaca Maxima funzionante ininterrottamente dall’epoca della sua costruzione fino ai nostri giorni. La pulizia stradale fu risolta dai Romani con intelligenza e senso pratico sotto l’Imperatore Nerva (96-98 d.C.): veniva utilizzata l’acqua in eccesso dei capaci acquedotti durante le ore notturne, quando minore era il consumo. L’acqua, convogliata lungo le strade serviva per il loro lavaggio, il sistema fu copiato e ancora oggi è usato a Parigi. I Romani conoscevano e facevano uso del sapone ma non lo producevano, lo importavano dalla Gallia: pensate che la prima testimonianza del sapone risale al 2800 a. C.; il papiro di Ebe del 1500 a .C (antica Babilonia) descrive il metodo di produzione usato dagli Egiziani: il sapone era ottenuto mescolando grasso animale o oli vegetali con sale. Tante altre notizie e curiosità potrebbero coinvolgere l’ambiente romano, ma la scarsezza di spazio mi impedisce di parlarvene: rimandiamo ad una prossima occasione. di Massimo Carlesi
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