UNA STORIA DI SUDORE E LETTERATURA

Il Giro d’Italia ha 100 anni


«Il ciclismo è fatto dagli uomini. Ci sono altri sport che risultano fatti dalle tecniche, dagli schemi, dalle psicologie, dalle tattiche, dalle marpionerie. Il ciclismo è fatto da noi che lo pedaliamo, che lo soffriamo, che lo studiamo». Così scriveva nel 1980 nella prefazione de «Storia del ciclismo» di Gian Paolo Ormezzano, Felice Gimondi e sempre nella stessa prefazione, immaginificamente, Eddy Merckx: «Trovo che una delle cose più strane e intanto più interessanti, nel ciclismo, è questo portarsi dietro, ognuno di noi, i campioni precedenti. Portarli sulla canna della bicicletta, direi, o su uno speciale sellino. Io quando ero in fuga... ero sempre in compagnia: c’era Coppi, si capisce e c’erano Gimondi e Anquetil, Gaul. E c’erano anche Bartali e Bobet...». Perché veramente il ciclismo è uno sport che non si interrompe mai, è un passare il testimone fra gli uomini che lo fanno, dai più celebri e conosciuti a quelli che sono scomparsi dalle cronache, dalla memoria degli sportivi e dalla storia. Le stesse corse, le stesse strade. E veniva di pensarlo proprio quest’anno, con il Giro che compiva cent’anni e con la sua «riscoperta» da parte della gente. Tanta gente, specie nelle tappe di montagna, accampata già nella notte ai lati dei tornanti, un po’ come i francesi che amano, con una discreta dose di sciovinismo il loro Tour. La lunga linea rosa del Giro ha attraversato ed è stata parte della storia dell’Italia e della cultura. Scrittori e pittori sono stati affascinati dal velocipede, dal «cavallo di ferro» e dopo, dalle gare. Qualcuno definì i primi corridori «arrotini impazziti ». È lontana l’origine della bicicletta o meglio di una «macchina » leonardiana» a due ruote che si muove per la spinta delle gambe dell’uomo. 1600? Forse, ma quel che conta è l’emozione che questa «macchina» ha prodotto: di sicuro ha fatto scendere l’uomo da cavallo. I futuristi sono stati i primi a esaltarla; sarà un caso ma molti di loro nella guerra ’15-18, Marinetti, Boccioni che dipinse nel 1913 Dinamismo di un ciclista e morì nel 1916, Sironi ed altri entrarono a far parte del «Battaglione lombardo volontari ciclisti automobilisti» acquartierato prima del fronte nella brughiera di Gallarate. E i futuristi non potevano non esaltare la bicicletta strumento di movimento, velocità, «dinamismo», cromatismo, coraggio, forza e follia. Quella «follia» che era alla base della nascita delle corse. Per la prima gara abbiamo, contrariamente all’origine della prima «macchina», una data certa: 31 maggio 1868, parco di Saint Cloud alle porte di Parigi, gara regolare di 1.200 metri. Vinse con uno scatto micidiale che sorprese i favoriti un inglese, un certo James Moore che, curiosamente, era amico d’infanzia di Ernest Michaux, l’inventore nel 1861 dei pedali! Nel 1903 nasce il Tour, la leggenda; sei anni dopo, il 13 maggio del 1909 il Giro d’Italia, organizzato velocemente, con pochi soldi, ma con grande volontà da La Gazzetta dello Sport per bruciare sul tempo Il Corriere della Sera, intenzionato a dare il via, ad imitazione di quello di Francia, al primo Giro in Italia. Curiosamente lo stesso anno, solo qualche mese prima, 20 febbraio del 1909, Marinetti aveva pubblicato a Parigi su Le Figaro il primo Manifesto del futurismo che proclamava come forme di espressione, fra l’altro, l’aggressività, la temerarietà e tante altre cose ancora. Parte da Milano il primo Giro, per tornarvi dopo 2.448 chilometri e 8 tappe, Bologna, Chieti, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Torino, Milano. Vince Luigi Ganna ad una media di 27,260 km l’ora, incredibile per quei tempi. Partiti in centoventisette, a Milano arrivarono solo in quarantasette. Comincia così anche la nostra leggenda in rosa, una leggenda che è sopravvissuta a due guerre, al «progresso », al tramonto della bicicletta come mezzo di lavoro e trasporto. Ma il Giro non finisce mai di stupire, esaltare, commuovere e «dividere» con le coppie, da Girardengo-Belloni, l’eterno secondo come era soprannominato, fino a quella che ancora sopravvive Bartali e Coppi. Fiumi di inchiostro e qualche volta anche botte, sulla rivalità di turno, sconfinata talvolta anche in «politica », ma anche tanta cultura e buona letteratura. In molti hanno scritto sul Giro e i protagonisti, da Orio Vergani a Vasco Pratolini, da Curzio Malaparte a Dino Buzzati. Famosi di quest’ultimo gli articoli sul Giro del 1949, apparsi sul Corriere della Sera con l’Italia che stava rinascendo. Magnifico quello sulla tappa dell’Izoard che vide il trionfo di Coppi e la sconfitta di Bartali. In quell’epica giornata Buzzati tornò indietro nel tempo e si ripensò liceale e omericamente scrisse «...rinacque in noi dopo trent’anni, un sentimento mai dimenticato. Trent’anni fa, vogliamo dire, quando si seppe che Ettore era stato ucciso da Achille...». Oggi i Buzzati non ci sono più: c’è la televisione con gli elicotteri e le radio e tante altre cose ancora. Molto è cambiato, ma non le facce della gente che è tornata sulle strade e l’urlo al passaggio dei corridori, che non partono più come nei primi Giri in piena notte per arrivare il pomeriggio seguente. Facce belle quelle della gente, che non vuole però essere tradita. Vuole che quel lontano 13 luglio del 1967 quando morì l’inglese Tom Simpson che stava scalando al Tour il monte Ventoux (il Ventoso di petrarchiana memoria) appartenga alla storia e non alla cronaca così come quella brutta parola di origine olandese che tutti conosciamo.

di Angelo Sferrazza




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