SPALLACCI E ARMA LUNGA

Sotto il sole cocente


Era il 1997 e il maresciallo ordinario Tomaso Ottonelli, novarese, mi scrisse raccontandomi una sua realistica, gustosa esperienza di giovane carabiniere spedito a prendere servizio, dopo la Scuola, in una caserma di Toscana. Sono passati dodici anni e devo essergli venuto in mente in una di quelle notti insonni che, per essere appunto bianche, recano pensieri neri. Chi ha detto funerei? Neri semplicemente perché, in questo caso, fattezze e chioma del mio interlocutore erano del color della prestanza, della gioventù, della padronanza di sé a tal punto da indurre a credersi padroni del mondo.
«Chissà se Piccinelli, ancora una volta, dopo avermi letto vuole condensare? So bene che non posso chiedere di più, alla Rivista...».
Ancora una volta, volentieri, lo prendo sottobraccio e mi accompagno al suo narrare, di quando un po’ per scommessa e un po’ per utilità egli e un suo coetaneo presentarono domanda d’arruolamento. Costui venne scartato, invece il nostro Tomaso lo selezionarono fra i primi su centocinquanta aspiranti: e dire che, fino ad allora, dai carabinieri aveva sempre girato alla larga perché così era a quei tempi, in cui lo spauracchio faceva desistere i bimbi dai capricci. «Guarda che li chiamo...».
Tanto alla larga, se n’era tenuto, che passando con la balloncina davanti alla caserma scendeva di sella nel timore che alcunché della bicicletta non fosse in regola. O tempi beati di lindi sentimenti... Ed ecco ancora che la notte insonne porta a Tomaso l’epoca, più che un tempo, dell’istituzione del riposo settimanale che non tutti i vecchi marescialli a tre binari apprezzavano, dovendo essi sobbarcarsi comunque moli di lavoro non surrogabile. Brogliacci e mattinali andavano compilati, mica si poteva obiettare la mancanza di tempo, la scarsità d’organico. Ma nelle stazioni rurali, o addirittura nelle borgate come a Stribugliano d’Arcidosso, nel Grossetano, dove il nostro prestava servizio, il giovane carabiniere scapolo non sapeva che farsene del riposo settimanale. Proibito allontanarsi dalla sede, intrattenere amicizie, vietatissime le relazioni sentimentali.
È ben vero che già prima esistevano i permessi di 23 ore (24 ore formalizzavano la licenza): non più d’uno al mese, però, per andare in città, farsi tagliare i capelli, prendere una doccia. Infatti il simulacro di caserma disponevano d’un solo gabinetto alla turca, al secondo piano, e per lavarsi un po’ più a fondo si portavano su secchi d’acqua calda. Venne il tempo che a Stribugliano costruirono una bella caserma nuova, ma la chiusero subito perché frattanto la stazione carabinieri era stata soppressa. Proprio così.
Per giunta, i permessi lungi dall’essere un diritto bisognava meritarseli. Buona condotta, lodevole rendimento, presentazione d’un «temino» di cultura generale, di leggi e regolamenti vari, ma anche la prova documentale delle contravvenzioni elevate dal singolo per infrazioni al codice della strada. Superati questi scogli, ecco che il mio e nostro amico, assiduo nello starmi al braccio, ottiene finalmente il permesso d’andare in città, e si fa prestare il vestito da un collega, un bell’abito confezionato dal sarto: stoffa e fattura trentamila, a fronte delle quindicimila di stipendio mensile percepite.
Ma non è mica finita qui la dura, eppur indimenticabile vita del carabiniere d’allora. Le promozioni, sudate, si ottenevano a mano a mano che si rendevano liberi gli incarichi, bisognava essere stati inappuntabili senza una distrazione pur minima. Per alcuni avanzamenti si dovevano sostenere esami, magari a Roma dove bisognava portarsi appresso l’arma lunga con cinturone e spallacci «modello alleato» e certi sottufficiali che magari s’erano pappati la guerra erano poco inclini alle regole grammaticali, tanto da non disdegnare l’aiutino degli allievi carabinieri loro subordinati. Tutto ciò per una prova, un esame, esauriti in pochi minuti. Ma diomio se si usciva ben temprati... E sudati da stillare, in virtù dell’uniforme di marcia in alternanza con quella di panno turchino, bandoliera, guanti rigorosamente di filo, bianchissimi, poi tollerati in pelle. Se s’era d’inverno, per soprammercato due cappotti a dar maggior volume e peso al bagaglio.
Bravo, Ottonelli. Di sicuro avrai fatto rivivere anni mitici a molti, con le tue memorie (ti do il tu piemontese). Ci sei entrato e ci sei rimasto, con la fierezza di chi a questa Istituzione ha dato molto, avendo forse (forse) ricevuto di più dall’Arma che lo ha ribattezzato in nome del dovere.


di Franco Piccinelli



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