OBAMA: RIGORE E FIDUCIA

I primi cento giorni


Da Franklin Delano Roosevelet in poi tutti i Presidenti eletti sono stati vittime di quell’immagine e promessa fatto agli americani da FDR: «in cento giorni rimetterò a posto l’economia». Era il 4 marzo del 1933 giorno in cui allora i Presidenti giuravano. E così anche Barak Obama (che ha giurato il 20 gennaio) è «costretto» a rispettare questo tempo e tagliare il traguardo del 30 aprile con qualcosa di veramente importante. Ma Obama rispetto ad altri Presidenti del passato parte in netto svantaggio: deve far uscire il Paese da una delle più pesanti crisi economiche che la storia ricordi, pari se non superiore solo a quella del ’29. Non si può dire però che abbia perso tempo. Già nella prima settimana ha compiuto due o tre atti di grande impatto mediatico sociale e politico: ha firmato una legge che equipara il salario delle donne a quello degli uomini, ha riaperto la borsa per la ricerca scientifica, staminali comprese ed ha annunciato la chiusura della prigione di Guantanamo. Qualche ammaccatura l’ha ricevuta: il suo «dream team» ha perso pezzi con tre ministri che si sono dovuti ritirare per guai con il fisco. Segno questo però che negli USA per gli evasori non c’è scampo, anche se evadono «solo» il pagamento dei contributi per la colf. Comunque le donne e gli uomini della squadra del Presidente sono di alto profilo, così come i consiglieri specie i due negoziatori per il Medio Oriente e l’Afghanistan. Per quest’ultimo Paese Obama ha scelto il già conosciuto Richard Holbrooke, un mastino come molti lo definiscono, l’uomo che è riuscito a concludere gli accordi di Dayton che fecero interrompere, anche se non fermare definitivamente, i tragici massacri balcanici degli anni novanta. La lista dei problemi per Barak Obama non ha fine. Il quadro generale economico e sociale è negli Stati Uniti di difficoltà estese e complesse: banche, crisi industriale, assicurazioni, edilizia, mutui, industria automobilistica, calo dei consumi e ultimo, ma non certo ultimo fra i problemi, la disoccupazione in un sempre più drammatico ed accentuato tasso di aumento. Quello che sta accadendo negli USA è una velocizzazione della crisi, tanto da far dire ad Obama, uomo freddo e misurato: «Trovo allarmante la rapidità con cui l’economia si sta deteriorando, non ci dormo la notte letteralmente». Il quadro generale ha raggiunto (scriviamo il 25 febbraio ndr) un picco di complessità di problemi da dover spingere a scelte rapide e difficili. Lo ha più che detto fatto capire, già quasi un mese fa durante l’interrogatorio al Senato, il nuovo Ministro del Tesoro, Tim Geithner: le scelte della Casa Bianca saranno pragmatiche e selettive. E ciò in parole brutali, vuol dire spostare risorse dai settori in declino a quelli in espansione. Sul versante lavoro significa non difendere ad ogni costo posti di lavoro, ma proteggere i lavoratori. È una cultura politica ed economica nuova, di fatto mai esperimentata in misura così massiccia in America. Le forze che si opporranno sono numerose ed agguerrite e non solo da parte repubblicana, ma anche democratica e delle lobby. Pensate solo al settore automobilistico, che sta andando a picco in particolare alle «Big Trhee», Ford, General Motors e Crhysler. Il settore automobilistico americano, quello di Detroit per capirci, sconta errori macroscopici e anchilosi del sistema produttivo imperdonabili. Niente a che vedere con l’altro polo dell’auto nel Grande sud-est (Tennessee, Kentucky, Alabama, North e South Carolina, Georgia) che ha raggiunto il 15% della produzione grazie ad una flessibilità organizzativa innovativa. Ma Obama non può lasciare affondare l’auto: sarebbero troppi i disoccupati. Ma il primo successo Barak Obama lo ha incassato a metà febbraio con l’approvazione da parte del Congresso del piano per la ripresa (stimulus). Sono 787 miliardi di dollari che corrispondono al 5,5% del Pil americano. Il «piano Obama» potenzia la presenza dello Stato nell’economia, nella sanità e nel settore energetico. Un piano rivolto al sostegno dei lavori pubblici, della scuola, dell’ambiente. Ma il quadro resta sempre sottoposto ad incognite e possibili nuove «scoperte» di buchi e intossicazioni bancarie. Lo ha ricordato anche il Presidente della Fed Ben Bernanke. Ultima sorpresa la bancarotta del colosso delle assicurazioni Aig e il salvataggio di Citigroup, un altro colosso bancario. Queste paure sono lucidamente percepite dalla Amministrazione Obama. E il Presidente, nel discorso del 24 febbraio al Congresso in sessione riunita lo ha detto con molto chiarezza. Un discorso atteso e molto applaudito, dove rigore e fiducia nella ripresa sono stati il filo conduttore: «Voglio che ogni americano sappia che ricostruiremo il paese e che gli Stati Uniti riemergeranno da questa crisi più forti di prima». Obbiettivi del discorso: denunciare ancora una volta gli errori di Wall Street e della vecchia Amministrazione, illustrare i programmi della Casa Bianca per stimolare la ripresa, rassicurare il popolo dei mutui (9 milioni di famiglie) bloccando così il valore in caduta degli immobili, indicare le linee operative per dimezzare il deficit pubblico al termine dei quattro anni di presidenza e l’avvio di riforme significative nel campo dell’energia, della sanità, della scuola e della ricerca scientifica. E questa parte, su cui Obama ha giocato molto in campagna elettorale e a cui crede, è quella che fa la differenza con l’Europa. Il 30 aprile si avvicina.

di Angelo Sferrazza




Torna all'indice




pagina precedente