ALESSANDRO PERTINI

Un Uomo di fede, un carattere forte


Vi racconto una storia che ha dell’incredibile, in un’epoca in cui sono esaltati prevalentemente sprovveduti protagonisti televisivi di piccoli e grandi «fratelli», in un’epoca in cui non abbondano o sono comunque scarsamente apprezzati gli atti di coraggio, lo spirito di abnegazione, l’assoluta convinzione della propria fede (politica, religiosa, civile). Traggo questa straordinaria storia dallo studio di diversi fascicoli processuali intestati «Pertini Alessandro, nato il 25 settembre 1896 a Stella S. Giovanni (Savona), avvocato e dottore in scienze sociali».
La nostra vicenda inizia nel 1929, quando un rapporto di polizia del 10 giugno denuncia al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (istituito con legge 25.XI.1926, n. 2008) il Pertini, definito «un irriducibile avversario del Regime fascista» e autore di «...opera diretta ad ostacolare l’azione dei Poteri dello Stato»...
Si legge nel rapporto che proprio in conseguenza di intensa attività ostile al regime fascista il giovane avvocato (ha appena 30 anni) nel dicembre 1926, assegnato al confino di polizia per 5 anni, fugge clandestinamente in Francia e si stabilisce a Nizza dove «assume subito un ruolo di primo ordine nel campo dei fuorusciti» organizzando e partecipando alle manifestazioni antifasciste anche in altre città.
Nell’ottobre 1928 impianta una stazione radiotelegrafica clandestina con la quale svolge intensa attività politica e comunica anche con i suoi amici in Italia. Nel marzo 1929 si allontana da Nizza recandosi in Svizzera, da dove - munito di passaporto falso - rientra in Italia sotto il falso nome di Roncaglia Luigi girando per varie città. A metà aprile il Pertini viene riconosciuto ed arrestato a Pisa. Interrogato confessa tutte le attività politiche antifasciste (art. 5 legge istitutiva del Tribunale speciale per la difesa dello Stato) e la materiale falsificazione del passaporto (art. 285 c.p.), reati per i quali la Commissione Istruttoria lo rinvia al giudizio del T.S.D.S. che - con sentenza n. 38 del 30.XI.1929 lo condanna alla pena complessiva di 10 anni e 9 mesi di reclusione, alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, a 3 anni di vigilanza speciale ed al pagamento delle spese processuali.
Sin qui la storia di un procedimento giudiziario a carico di un fiero antifascista di fede socialista, che, con l’avvento della Repubblica in Italia, viene eletto nel 1978 Presidente della Repubblica italiana con 832 voti su 995, diventando il Capo dello Stato forse più amato dagli Italiani. Ma la straordinarietà della Sua storia non sta qui. La si trova nelle «Notizie desunte dal fascicolo di esecuzione».
In una lettera datata 23.5.1928 indirizzata alla madre il Pertini scrive: «...io sono e rimarrò sempre un proscritto irriducibile pronto ad assumere posti di responsabilità e a infischiarmene di ogni atto di clemenza...».
In un’altra lettera del novembre 1929, indirizzata dal carcere alla madre scrive, tra l’altro: «Pensa che io da tempo mi sono gettato nella lotta, con la esatta e chiara coscienza di tutti i pericoli, che avrei corsi, di tutte le rinunce che avrei dovuto accettare ed impormi anche la rinuncia alla libertà personale. In questo forzato raccoglimento penso spesso alla mia fede, alla mia scelta e sempre più mi persuado che questa mia fede è sublime, è tutta luce e che la via scelta è la giusta, perché al bene conduce».
I vari provvedimenti di clemenza emanati dal Regime non sono utili al Pertini che, per effetto delle pene relative a precedenti reati (espatrio clandestino, oltraggio - commesso nello Stabilimento penale di Pianosa), continua a rimanere in carcere (Carceri Giudiziarie di Roma, Casa Penale di S. Stefano, Stabilimento Penale di Turi (Bari) e Casa Penale di Pianosa), fino al 9 settembre 1935.
Nel dicembre 1932 la madre di Pertini - Maria Muzio - presenta istanza di grazia al Capo del Governo, asserendo che «suo figlio Sandro muore lentamente nel reclusorio di Pianosa». Ma il Pertini - interpellato se intenda associarsi all’istanza di grazia - rilascia una inequivocabile dichiarazione, ritenuta sconveniente dal Direttore di Pianosa: «La comunicazione che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore mi umilia profondamente. Non mi associo, quindi a simile domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica, che più di ogni altra cosa, della mia stessa vita, mi preme». E subito dopo, il 26 febbraio 1932, Pertini scrive alla madre la lettera di seguito trascritta, che il Direttore di Pianosa non ritenne «a causa del suo contenuto » di dover inoltrare alla destinataria: «Mamma, con quale animo hai potuto fare questo? Non ho più pace da quando mi hanno comunicato che tu hai presentato domanda di grazia per me. Se tu potessi immaginare tutto il male che mi hai fatto, ti pentiresti amaramente di aver scritto una simile domanda. Debbo frenare lo sdegno del mio animo, perché sei mia madre e questo non debbo mai dimenticarlo. Dimmi, Mamma, perché hai voluto offendere la mia fede? Lo sai bene, che è tutto per me, questa mia fede, che ho sempre amata tanto. Tutto me stesso ho offerto ad essa, con animo lieto ho accettato la condanna e serenamente ho sempre sopportato la prigionia. È l’unica cosa di veramente grande e puro che io porti in me e tu, proprio tu, hai voluto offenderla così? Perché, Mamma, perché? Qui nella mia cella, di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna; quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare alla mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso e che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore che io sento per la mia idea? Così si può pensare che io, pur di tornare libero, sarei pronto a rinnegare la mia fede? E privo della mia fede, cosa può importarmene della libertà? La libertà, questo bene prezioso tanto caro agli uomini, diventa un sudicio straccio da gettar via, acquistandola al prezzo di questo tradimento che hai osato proporre a me. Nulla può giustificare questo tuo imperdonabile atto. Lo so, più di te sono colpevoli coloro che ti hanno consigliata di compierlo. Vi sono stati spinti dall’amicizia che per me sentono e dalla pietà che provano per le mie condizioni di salute? Ma pietà ed amicizia diventano sentimenti falsi e disprezzabili, quando fanno compiere simili azioni. Mi si lasci in pace con la mia condanna, che è il mio orgoglio, e con la mia fede che è tutta la mia vita. Non ho chiesto mai pietà a nessuno e non ne voglio. Mai mi sono lagnato di essere in carcere e perché dunque, propormi un così vergognoso mercato? E tu, povera Mamma, ti sei lasciata persuadere, perché troppo ti tormenta il pensiero, che io non ti trovi al mio ritorno. Ma dimmi, Mamma, come potresti abbracciare tuo figlio se a te tornasse macchiato di un così basso tradimento? Come potrei viverti vicino, dopo aver venduto la mia fede, che tu hai sempre ammirata? No, Mamma, meglio che tu continui a pensarlo qui, in carcere, ma puro d’ogni macchia, questo tuo figliolo, che vedertelo vicino colpevole, però, d’una vergognosa viltà. Che male ho fatto per meritare questa offesa?? Forse ho peccato di orgoglio, quando andavo superbo di te, che con fiera rassegnazione sopportavi il dolore di sapermi in carcere. E ne parlavo con orgoglio ai miei compagni. Adesso non posso più pensarti, come sempre ti ho pensata. Qualche cosa hai distrutto in me, Mamma, e per sempre...».
Parole, pesanti come macigni, alte come una grande montagna. Parole che non necessitano di alcun commento ma servono a tratteggiare l’immagine del giovane Pertini come un personaggio di notevole spessore e di enorme luce politica, nel senso nobile della parola.

di Nicolò Mirenna




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