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Roma era una città tanto imprevedibile quanto ovvia, senza
possibilità di equivoci: può apparire questa un’affermazione
contradditoria, ma in effetti non lo è. Roma infatti,
nei tempi passati riusciva spesso a stupire con grandi
e piccoli accadimenti, non programmati, estemporanei, grazie
alla fantasia, alla sagacità ed alla cultura profondamente radicata
dei romani, il contesto storico, urbano e religioso li favoriva. Purtroppo
Roma non è più così è stata profondamente modificata: è
scomparso quel sano provincialismo
che accomunava i romani
dabbene e i romani del popolo.
Il disastro culturale risale agli
anni cinquanta: l’inurbamento
selvaggio, le periferie indifferenti
senza carattere mortificanti
le qualità umane, certo
esterofilismo esasperato - complice
lo scatenarsi della pubblicità
e la voglia di appartenere a
culture lontane -, profondamente
diverse dalla nostra, senza
comprenderne i significati
ed elaborarne i valori (se c’erano).Tutto questa ha soltanto ammodernato e acculturato Roma snaturandone il carattere. Ora è difficilissimo incontrare un autentico romano che, pigramente, di fronte ad un bicchiere di buon vino dei castelli, tramanda storia e cultura raccontando aneddoti, fatti, fatterelli e misfatti che appartengono alla storia della Roma di solo settanta anni fa. A chi vuole conoscere vecchi e antichi aneddoti romani non resta altro che «studiare» perché pochi sono i romani, per condizione anagrafica, che sono ancora in grado di raccontare. Tante sono le occasioni che stimolano lo studio mentre si passeggia per Roma; è importante non lasciarsele scappare. Una delle tante bancarelle ambulanti in sosta temporanea in una strada storica, stranamente non mostrava, al probabile acquirente, nessuno degli infiniti ed effimeri prodotti made in P.R.C. Vendeva solo libri. La conduzione commerciale affidata, si immagina il perché, ad un gentilissimo ed ossequioso ragazzo dello Sri Lanka; mi ha invitato a guardare tra i tanti volumi di scarsissimo interesse letterario, disordinatamente posti sulle tavole d’esposizione. Ho accolto l’invito ed ho scovato alcuni numeri, non molti in verità, del Cracas del 1894. Il Cracas è stato un celebre «giornale », se così si può chiamare, all’interno del quale veniva inserito il diario di Roma. Ha avuto vita dal 1716 fino a tutto il 1894; di piccolissimo formato, di non più di 34 pagine, veniva stampato tre volte alla settimana nella Tipografia della Pace in Via della Pace 35 a Roma: il mercoledì riportava le notizie dall’Italia e dall’estero; il venerdì soltanto dall’estero e il sabato era riservato alle cose romane. È utile sapere che nella Biblioteca Casanatense di Roma sono custoditi gli opuscoli del Cracas dal 1716 al 1836. Appare opportuno proporre ora alcuni stralci di due «articoli» di vita romana tratti dal Cracas; la squisita narrativa sarà più efficace di qualsiasi mio commento. 4 febbraio 1894 da la La benedizione dei cavalli ...Dicevamo, che ben si guarderebbero i cocchieri e postiglioni, essi e le loro bestie, ad una cerimonia così solenne e caratteristica, qual è la benedizione dei cavalli a S. Antonio, presentarsi sprovvisti di quell’amuleto, stimato da loro il più efficace (dopo la protezione del Santo) a preservarli dalle disgrazie, ed avviarli a buona fortuna, cioè la pelle e il pelo di tasso. Ma che diamine ha che fare, mi direte, il pelo di tasso colle Poste, i cavalli ed i cocchieri? E perché l’hanno questi si sacro, da portarne sempre almeno un fiocchetto, come ciondolo di orologio, e munirne la fronte dei loro destrieri, o corsieri? È ben curiosa a sapersi la relazione strana di queste due disparate cose tra loro, e più di tutto (stupirete!) la connessione di questo bizzarro e superstizioso uso col nome del grande Cantore della Gerusalemme, il divino TORQUATO... Dunque non vi sarete aspettata, io credo, una tale conclusione) la pelle e pelo del Tasso che portano in fronte nelle testiere i cavalli, specialmente delle Poste, come anche i vetturini, scozzoni, cavalcanti, in dosso o per ciondolo, o per altro ornamento, ricorda figuratamente ed araldicamente l’illustre famiglia dei Tassi bergamasca, oriunda di Milano, ...i più antichi Maestri di Poste avevano aggiunto al loro particolare cognome di famiglia quello di Tassi,alterato in Taxis «come se tacitamente fossero obbligati quelli a nominarsi Tassi, se pur vogliono simili carichi». Le famiglie pertanto d’ogni nazione, a ve n’ha delle assai nobili, le quali raddoppiano il loro cognome con quello di Taxis, si può essere certi che discendono da Maestri o Generalissimi delle Poste, carico che altre volte spettava alle più illustri Case, e qui in Roma alternativamente sostenuto dalle Famiglie Patrizi, Altieri, Massimi. 18 marzo 1894 da le Le frittelle di San Giuseppe L’esercizio delle friggitorie è quindi un’industria molto diffusa da noi; i friggitori,
come si vede sono sparsi in tutti i quartieri di Roma. Le fritture sono
svariatissime, assottigliate con grande studio, saporose, e si spacciano a modicissimo
prezzo; onde il popolino se ne sfama volentieri, la borghesia non le
disdegna e sono una gran lusinga degli osti. Non pochi i nostri friggitori salirono
in gran fama e si arricchirono cospicuamente: Di un tal friggitorie
detto Gnaccherino, ebbesi una volta a dire, afferma il Belli non esservi che
«Un Sole cielo e un Gnaccherino in terra»... celeberrima fu ed è quella della
Sora Marianna, trasteverina purissimo sangue, la friggitoria leggendaria
per dimensioni pari ad un monumento, divenuta più popolare mercè dei
broccoli, zatterini,e pezzetti... I friggitori pertanto, non ignorano con quanta
passione i Romani festeggiano S. Giuseppe divorando frittelle, fanno a gara
per allettare i divoti, ...Ai 19 di Marzo, e tutta l’ottava seguente, friggitori a
migliaia sui cantoni delle strade non spacciavano che frittelle, bignè e cavol
fiore dorato. D’ordinario in vero queste cucine pubbliche apparivano molto
sudicie; le tavole non presentavano(ed ancora in molte botteghe è così) se
non resti di vivande, qualche volta disgustanti; ma il giorno di S. Giuseppe
si trasformavano a maraviglia. Tra le frittellerie, per cui tutta Roma era infiera
quei giorni,maggioreggiava su tutte, fino ai primi decenni del corrente
secolo, quella della Rotonda. Si appunto; il banco più fastoso, anzi monumentale,
quasi sfida a quel miracolo della grandezza romana...di Massimo Carlesi
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