Il 22 febbraio scorso è stato inaugurato
a Parigi l’«Historial Charles
de Gaulle», un museo digitale dedicato
al Generale, un’opera
straordinaria che segna una svolta nel
modo di raccontare la storia attraverso i
musei. L’opera voluta da Jacques Chirac
e dalla Fondazione Charles de Gaulle,
inaugurata da Nicolas Sarkozy per ragioni
di calendario, è inserita in quello
straordinario luogo di memoria che è
«L’Hotel national des Invalides» noto
per la tomba di Napoleone Bonaparte,
ma anche sede del prestigioso e autorevole
«Musée de l’Armée». Esteso per
2.500 metri quadrati, sotto la «cour de la
Valeur», per capire cosa è questa nuova
opera è più facile dire cosa non è: non è
un memoriale e non è un museo in senso
tradizionale. È invece un luogo di sapere
d’avanguardia che privilegia le immagini
sotto tutte le forme e con un dispositivo
interattivo che consente al visitatore
di «chiedere» e quindi di ricevere
ogni sorta di informazione. Esteso in sotterranea
è diviso in tre parti: la prima come
una cupola rovesciata che ricorda
quella esterna dorata che sovrasta l’edificio
sotto la quale è posta la «la tombeau de
l’Impereur» e che è dedicata alla storia del
Generale de Gaulle. Intorno poi uno
spazio riservato a mostre e immagini
della contemporaneità
storica riflesse come in uno
muro di vetro. La terza parte
è quella più interessante dove
prende forma e sostanza la vera
novità del «museo». E uno
spazio costituito da «alcoves»,
come le hanno chiamato i
due progettisti Alain Moatti e
Henri Rivière, «stanze» come
mini studi tecnici dove l’interattività
è al centro. Immersi
in una semi-oscurità quasi religiosa,
il visitatore può «chiedere
» di leggere testi, vedere
altre immagini e ascoltare voci..
Ed è qui che emerge la
grande novità di un museo digitale, che
non è fatto di oggetti, talvolta freddi reperti
fuori dal contesto dei fatti e inanimati,
ma di «oggetti vivi». Quanto questi
nuovi «musei» possano aggiungere alla
cosiddetta verità storica è altro problema,
ma è certo che molto possono per
mantenere e vivificare la memoria storica.
Ogni nazione ha date e momenti peculiari
della sua memoria, che si manifestano
in forme e comportamenti diversi,
sottoposti a verifiche e arricchimenti, ma
guai a quel popolo che cancella la sua
memoria. Proprio partendo da l’«Historial
Charles de Gaulle» possiamo come
italiani immaginare un qualcosa per il
nostro paese, non dimenticando che
ogni nazione ha una «sua» storia e una
sua sensibilità? Per la Francia, abituata
da secoli ad un linguaggio storico rissoso,
ma condiviso e ad una storia spesso
fatta sui personaggi e sui nomi, un museo
come l’«Historial» non esce dalla tradizione,
anzi la rafforza e l’arricchisce.
Altri paesi non potrebbero permetterselo.
Se dovessimo pensare come ipotesi ad
una cosa come questa per l’Italia, il pensiero
va immediatamente alla Grande
Guerra. Quell’evento ha concluso la nostra
epopea risorgimentale ed è posto a
spartiacque fra l’ottocento e la nascita
del mondo moderno e ha così tutte le
caratteristiche per essere raccontata in
un museo digitale. Quella guerra è «scolpita
» in tutto i luoghi, dalla Sicilia a Trieste
e non c’è angolo d’Italia dove non si
trovi una lapide a ricordo dei tanti morti.
Quest’anno sono novant’anni dalla fine
di quell’evento che ha cambiato il mondo
e lo ha cambiato non solo dal punto
di vista geopolitico, ma anche culturale,
non solo militare, ma anche dei sentimenti
e delle emozioni. È tempo quindi
di dar vita ad una politica della memoria come
ha scritto varie volte il Generale Giuseppe
Richero nella nostra rivista. Lo
spazio della Grande Guerra è vasto, non
solo come luogo fisico, ma soprattutto
innovativo: strategia, collegamenti fra le
forze armate e la produzione industriale,
innovazione. Basti pensare all’aeronautica
e alle trasmissioni. E poi il mondo della
comunicazione, scoperta anche dai comandi
superiori che nella riforma dello
stato maggiore del ‘17 hanno inserito un
Ufficio Stampa. Comunicazione anche
come tecnica: foto, registrazioni di suoni,
riprese cinematografiche, una immensa
produzione letteraria, giornalistica,
un «oceano» di immagini e tanta
stampa. Immagini e stampa che colpirono
anche Vittorio Emanuele III che, durante
il periodo della guerra,
raccolse ritagli di ogni genere
e li incollò in cartoni per suo
figlio Umberto, ricordando
che Vittorio Emanuele III
non esercitò nessuna censura
nella scelta dei materiali scelti.
Pensare perciò ad un «museo
» digitale sarebbe un coraggioso
atto non solo culturale,
ma anche «politico» in
senso classico. Qualcuno potrebbe
obbiettare sui costi: vedere
quanto è costato quello
di Parigi e confrontarlo con
alcune spese «telematiche»
fatte in Italia con scarsi risultati.
Si può fare.