«Te par giusto brusar ‘e casse da morto par scaldarse»?
Era il 10 ottobre 1963, alle 10.00 della sera, il giorno dopo
la tragedia del Vajont. Sono passati 45 anni da quei
giorni tremendi, terribili, di morte e distruzione. Ci trovavamo
nel cimitero di Pirago, paese di cui oggi rimane solo il campanile.
Intorno a noi un mare di fango e di dolore.
Non eravamo ancora Carabinieri, ma solo allievi di appena vent’anni,
con tanta voglia di vivere. Ma cominciamo dall’inizio.
Eravamo appena tornati dalla Scuola Allievi Carabinieri di Torino. Facevamo
parte del IV Battaglione di Padova Dopo circa dieci giorni dal nostro
arrivo, giunse l’ordine di partire per Longarone, perché era successa
una catastrofe. Ci muovemmo al mattino per giungere nel tardo pomeriggio.
Le strade erano inagibili, a causa di fango, carcasse di animali e
cadaveri umani. Davanti ai nostri occhi si presentò un passaggio lunare:
non c’era nulla, se non desolazione. A piedi raggiungemmo il cimitero
di Pirago, dove trascorremmo la notte per il turno di vigilanza.
Nei giorni seguenti cominciarono ad arrivare i parenti che lavoravano all’estero.
Non dimenticherò mai l’espressione di dolore sui loro volti! E
una forte commozione fu anche quella che vidi negli occhi dell’allora
Presidente della Repubblica Antonio Segni, e in quelli di tutte le autorità
che fecero visita ai luoghi del disastro.
Durante il giorno, tutti i militari scavavano tra le macerie nella speranza
di trovare qualche superstite. Il nostro compito era di identificare le salme
attraverso qualche oggetto che era rimasto loro addosso. La sera poi,
quando il resto dei soccorritori si ritirava per il meritato riposo, noi Carabinieri,
a turno, rimanevamo a vigilare la zona, perché nessuno entrasse.
Ricordo che una notte, mentre freddo e vento ci tagliavano la faccia, all’improvviso
sentimmo un rumore provenire da un campo di grano. Lo
spavento fu enorme. Ma non tanto quanto la sorpresa ed il piacere, nel
vedere spuntare una signora, venuta ad alleviare il nostro lavoro con un
po’ di caffè cado. Non avrebbe potuto farci cosa maggiormente gradita,
visto che le intemperie rendevano ancora più difficoltosa la nostra veglia.
Ho ancora scolpito nella mente il rientro in caserma, dopo una notte di
pioggia e neve. Non potevamo ripararci, se non sotto il nostro cappotto,
ed al mattino, quando finalmente lo tolsi, questo rimase in piedi, completamente
rigido e ghiacciato.
Restammo in quei luoghi per quasi due mesi. Episodi ce ne sarebbero
tanti da raccontare. Ma, l’unica cosa che sono contento di poter dire è
che, tutt’ora, tra noi Carabinieri e le persone dei territori colpiti, si è instaurato
un meraviglioso rapporto di reciproca stima ed amicizia. Ancora
oggi, due bambini che miracolosamente vennero tratti in salvo, pur essendo
passati 45 anni, quando ci vedono ci abbracciano e ci ringraziano.
Ogni anno, nei giorni dell’anniversario, Longarone invita noi soccorritori
ad una giornata commemorativa: è il suo modo per ringraziarci, e la
nostra partecipazione è la maniera per dimostrare che siamo stati, siamo
e saremo sempre uniti.