MA LA VIRTÙ È SEMPRE FRA I DUE ESTREMI

Anche in materia di igiene e buona creanza


Questa faccenda dell’eccessiva igiene che sarebbe persino disdicevole perché a lungo esercitata nuoce, non è mica roba di oggi. È rispuntata fuori dopo essere rimasta sempre meno sotto sapone, fino a che, rotta l’incrostazione, è rispuntata come novità ad opera dei nuovi scienziati. Costoro, è vero, amano trastullarsi nel ripescare e riporgere antichi grani di saggezza come se fossero scoperte sensazionali. Con mutate, differenti parole, alcuni loro concetti sembrano sfuggiti dal tenero cuore delle nonne, depositarie d’un buonsenso imbattibile perché verificato nei secoli, e di sottana in sottana scivolato fino a noi che non di rado gli irridiamo. Questa faccenda è roba vecchia, e tralascio ammonimenti d’Esculapio, Ippocrate, Galeno, per giungere in un tempo assai più prossimo al nostro: quello della memoria di chi scrive, il quale ringrazia il buon Dio che sèguita a conservargliela intatta. Diamo per universalmente conosciuto il disprezzo dell’acqua da parte delle dame che furono, dei cavalieri tutto trine, dei gentiluomini pur incipriati, delle classi dette elette perché detentrici di privilegi in ogni epoca, dall’Eden a noi. Si narra di effluvii sgradevoli all’olfatto odierno che quei personaggi spargevano a piene mani, nel semplice svolazzare delle ampie maniche di seta, nel disinvolto liberarsi degl’ingombri gastrici persino liberando stridii d’indubbia malcreanza, e non solo secondo tarde norme educative. Con tutta la performance fisica che il remoto proverbio vede in essi, da un bel po’ si sa che vanno trattenuti a costo di strozzarli. E ci fu anche chi finse di svenire, non essendo riuscito a imprigionarli. Chissà che, nel ripercorrere l’allora, non rendiamo grazie all’oggi bene augurando al domani. Ma due generazioni indietro, tre per essere certi di non sbagliare, medici di famiglia ci furono, come venivan detti, i quali con circospezione quella dottrina predicavano, quanto meno la sussurravano: dopo d’essersi accertati del livello intellettuale del loro interlocutore-paziente con relativa famiglia. «Intendiamoci, neh...», premettevano con aria compiaciuta prima che complice, «intelligenti pauca...»: a buon intenditore. E ciascuno si riteneva per tale. Quindi il teorema, accettato con il compiacimento di chi si trova alleggerito d’un fastidio specie mattutino, in stanze fredde e acqua del pozzo, altro che scaldabagno. «Sì, l’eccessivo lavarsi, il troppo indugiare con la saponetta quando non sarebbe il caso perché ogni eccesso stroppia...». «E dunque, dottore?». «Tutto ciò indebolisce le difese immunitarie del corpo»: e con acconce parole specificavano che il grasso, forse l’untume, sopra l’epidermide che lo produce, e se lo fa una ragione c’è, ha funzione protettiva contro germi e infezioni. Così sentenziavano, sorridendo con se stessi d’essersi posti dalla parte della ragione, visto che nella condotta campagnola dove esercitavano, le personali abluzioni erano infrequenti, né essi le cercavano. Due o tre generazioni fa, ho detto. Ma paion secoli. Le vasche da bagno erano preziosità da ospedale, gli accappatoi di spugna s’erano visti in compagnia del cinema dei telefoni bianchi. A Neive dove nacqui, che è ora uno dei borghi più belli d’Italia, nelle Langhe, l’acquedotto entrò in attività nel 1960. Fino ad allora, mastelli zincati e riscaldamento solare direttamente dal cielo al terrazzo, all’aia. Potrei fare i nomi di fior di medici condotti. Se dico Velatta, Di Gregorio, Dacasto, Vallese, Servetti, Poerio Piterà, Artuffo, cosa aggiungo? Ormai consegnati ai ritratti in ovale di smalto per le lapidi, si lavavano tuttavia di frequente le mani in pubblico, nei catini intingendole. Ed era il loro alibi di diagnostici e terapeuti eccellenti. Umani.

di Franco Piccinelli




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