EDITORIALE

OLIMPIADE DI REGIME


Nell’opprimente calura agostana, appena trascorsa, non essendomi (ahimé) consentito altro diversivo - per fattori d’ordine personale spero transeunti - che non fosse quello offerto dalle telecronache della XXIX olimpiade di Pechino, ho seguito, con istintiva trepidazione, le imprese sportive degli atleti, specie italiani, impegnati nelle competizioni. Le ho seguite altresì con razionale disagio avendo avuto occasione di leggere e di ascoltare, persino da autorevoli istanze, trattarsi di accadimento esclusivamente sportivo senza alcun incidenza ed attinenza con le contestuali vicende socio-politiche.
Ho ascoltato e letto inviti a non esprimere contestazioni e a non turbare il sereno svolgersi della manifestazione. Resta per me inspiegabile come si possa ritenere priva di connotazioni politiche una vicenda a carattere globale, quale l’olimpiade cinese, seguita, sin dalle fasi organizzative, da miliardi di teleutenti, con la partecipazione di migliaia di atleti appartenenti ad oltre duecento stati.
Evidentemente la storia, che dovrebbe essere «maestra di vita», sin dalla notte dei tempi non ha insegnato nulla a nessuno.
In effetti, non poche sono le analogie con un’altra famosa o famigerata olimpiade, politicamente altrettanto caratterizzata: l’olimpiade di Berlino del secolo scorso.
Di questo lontano evento, visto in filmati d’epoca, mi è rimasto impresso lo sguardo compiaciuto di un tale Hitler che, dalla tribuna d’onore, seguiva, con malcelata soddisfazione, lo svolgersi delle gare, sol contrariato quando il suo biondocrinito atleta venne superato (credo nel santo in lungo) da un cittadino USA di colore. Per tornare alla XXIX non credo di essere stato il solo a provare una sensazione di disagio nel seguire la megagalattica cerimonia di apertura.
Più che una cerimonia coreografica, una voluta esibizione di potenza, con una massa di figuranti (civili?), che all’unisono perfettamente si atteggiavano e muovevano, quali robot mossi da invisibili fili. Sembrava volessero esprimere un concetto elementare: siamo tantissimi, ben organizzati, disciplinati; la nostra è una civiltà antica con potenzialità straordinarie.
Vengono in mente altre manifestazioni di massa che regolarmente si concludevano al grido di «sieg heil!». Il grande valore politico attribuito all’accadimento dalla dirigenza del paese ospitante è reso esplicito dalle dichiarazioni dei locali vertici «sportivi», nel corso della cerimonia di chiusura, secondo i quali, nell’occasione, la Cina avrebbe dimostrato di essere un paese libero, per cui il mondo Le si dovrebbe aprire (forse il Tibet non basta!). Ma poi; che olimpiadi dilettantistiche sono ormai queste?
E non mi riferisco di certo agli atleti (anche in uniforme) che per potersi allenare intensamente e quotidianamente, come l’eccellenza delle competizioni olimpiche richiede, sono portati a ricercare «una paga» appena sufficiente «per il lesso».
Intendo esprimere perplessità circa la scandalosa presenza di calciatori ed affini, adusi a «navigare» su standard milionari ed a cambiare casacca al migliore offerente. Gente, in definitiva, che, in aereo, non può che viaggiare in prima classe. Ma che competizioni dilettantistiche sono mai queste?
Non ci sono già i campionati mondiali «open»?
Ma lasciate in pace lo sport dilettantistico, lo spirito olimpico e la Grecia!
Nel medesimo contesto si può inquadrare la polemica tutta italiana sui premi connessi alla conquista delle tre medaglie ed alla loro esenzione fiscale.
Ma il premio per il vincitore non era un serto d’alloro?
Perché poi un premio solo ai primi tre?
E il quarto? E gli altri? Forse che non hanno faticato, lottato, sofferto al pari dei primi? A volte è mancata loro solo una frazione di secondo, una bracciata, una pagaiata.
Nessuna meraviglia infine circa le diatribe contabili; in un contesto che tutto monetizza, anche l’orgoglio di vedere salire il Tricolore sui pennoni più alti può essere solo il mezzo e l’occasione per un congruo guiderdone.

di Michele Colavito




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