LA DOMANDA DI DROGA

I danni dell’abuso


Di fronte all’emergenza sociale costituita dalla DOMANDA e dalle conseguenze dell’USO e dell’ABUSO delle sostanze stupefacenti, recepite come pericolo immediato dalla società civile - una semplicistica presa di coscienza del fenomeno equivarrebbe all'accettazione del degrado individuale e sociale che ne deriva. Né può essere efficace e sufficiente la repressione contro i consumatori di droga, vittime e colpevoli della loro difficoltà di stabilire un rapporto corretto con la famiglia, con le Istituzioni e con la vita.
È pur vero che la DOMANDA, per una nota legge economica, alimenta il mercato, mentre facciamo fatica a comprendere le MOTIVAZIONI che sono alla base del disagio esistenziale di molti giovani. Il vero problema della droga consiste nella individuazione di queste motivazioni . I danni prodotti dall'abuso di droghe gravano sulla salute individuale e sulla società in una molteplicità di modi, estremamente pericolosi che vanno ben oltre i mille decessi annui per droga. Il rapporto, ad esempio, tra l'assunzione di droga e la trasmissione dell’Aids via ematica è divenuta la più grave preoccupazione per molti popoli del mondo.
Meno conosciuto, ma più significativo sotto il profilo statistico e medico in termini di impatto sociale globale, è il rapporto tra l'abuso di droghe e l'epatite, la tubercolosi, i disturbi cardiovascolari, la cirrosi, i disordini neuropsichiatrici, l'allentamento dei freni inibitori e le malattie trasmesse per via sessuale; le gravidanze non desiderate e le complicazioni nelle gravidanze compresi i pericoli per il feto, nonché violenza e suicidi.
Questo è un discorso sgradevole, ma realistico che provoca spesso scomposte reazioni delle cosiddette «anime belle» e l’ingiusta accusa di voler fare del «terrorismo psicologico».
Per le attività sociali nei settori dell’industria e dell’istruzione, l'abuso di sostanze determina la perdita di più giornate lavorative che ogni altra singola malattia ed è una delle cause principali di rendimento professionale al di sotto dello standard.
Il consumo di stupefacenti è divenuto un fattore critico nella disorganizzazione e nel crollo familiare, dove i costi economici e sociali derivanti dall'abuso cronico di sostanze costituiscono un grave carico per le risorse finanziarie familiari che altrimenti sarebbero utilizzabili per il cibo, per l'istruzione, per il benessere.
Allora per una efficace e concreta prevenzione, bisogna intervenire in tempo utile nei confronti dei giovani ad alto gradiente di rischio, prima che abbiano questa esperienza, educandoli alla cultura della vita.
Si parla di prevenzione, ma non si è compreso che essa non può essere un atteggiamento generico, ma deve innestarsi nella coscienza dei giovani, nella quotidianità della famiglia e della scuola, nelle Istituzioni, rifiutando la cultura dell'emarginazione, dello sballo e della distruzione esistenziale o quella dei falsi ideali. Occorre in sostanza definire in che senso e in che misura il rapporto tra i giovani e la droga individua il «malessere giovanile come sintomo di una società malata».
La definizione è di un noto sociologo secondo il quale una volta i giovani - in quanto gruppo sociale relativamente distinto e numericamente consistente - non esistevano in quanto si passava, senza soluzioni di continuità, dall’infanzia al lavoro e quindi alla responsabilità degli adulti.
Nelle società produttivistiche, fondate sul calcolo utilitario, si aggrava sempre più «il problema del buon uso del vecchio», che, in molti casi, costituisce un ingombro da scaricare e da dimenticare e del quale non si utilizza a pieno l’esperienza, col pretesto che il patrimonio culturale acquisito nel passato non servirebbe alle nuove generazioni coinvolte in uno scenario che muta rapidamente, attimo dopo attimo. La gioventù, per contro, costituisce di per sé un valore, tanto che molti enti pubblici e privati accelerano il ricambio generazionale preferendo una classe dirigente di giovani.
In questo sfasato sistema sociale, la categoria sociale ed esistenziale dei «giovani» si è estesa a dismisura, fino a diventare un tema di moda ed una fascia di cittadini da sfruttare in maniera sistematica soprattutto ai fini della soddisfazione dei loro consumi. Più che cittadini, diciamo provocatoriamente, essi sono sudditi da utilizzare come potenziali consumatori di specifici beni a loro destinati.
Constatiamo dunque che esistono micidiali contraddizioni, nella società post industriale, nella quale i giovani sono da una parte una riserva di energia produttiva, dall’altra un «parco» da gestire ai fini dei loro consumi, da un’altra parte ancora «un’unica categoria» con la quale è difficile il dialogo e da cui le generazioni più anziane devono difendersi. Tradizionalisti o postmoderni, protagonisti del mercato o vittime del marketing, conformisti o trasgressivi, l’immagine dei giovani del terzo millennio potrebbe essere quella del ragazzo che opera una complessa integrazione fra strumenti tecnologici e pratiche di consumo ultramoderno, all’interno dello spazio ad alta dotazione di quella che una volta era semplicemente la sua cameretta, ed ora è il luogo in cui si pratica la tecnologia, si esplora il web, si «scarica» tutto lo scaricabile, si crea musica clonata, si manipola il software, si naviga. Ma probabilmente questa è l’immagine giovanile preferita dai media. Se vogliamo capire qualcosa in più, dobbiamo individuare anche le caratteristiche psicologiche dei giovani. E allora verrebbe fuori come caratteristica centrale, l’incertezza. Infatti i ragazzi di oggi crescono in una realtà sociale ed economica in cui gli adulti pongono una particolare enfasi sulla flessibilità e il cambiamento. Ai giovani viene richiesto di essere disponibili a modificarsi, a ridefinire le proprie competenze e le proprie appartenenze, a spostarsi da un lavoro e da un luogo ad un altro. Ne deriva una percezione di insicurezza che riguarda indistintamente tutte le classi sociali.
Vivere in un mondo che esalta l’instabilità e la discontinuità, non solo lavorativa, ma anche affettiva, chiede agli individui lo sforzo continuo di ripensarsi, per poter affrontare condizioni di vita in cui la dimensione principale del quotidiano è il rischio.
Per questo, si forma nei giovani una percezione di inadeguatezza, di ansia, di inquietudine, un senso di confusione, sentimenti di tristezza e di paura. Questo fenomeno si verifica non solo negli adolescenti.ma si estende anche ai «giovani adulti» - gli ultratrentenniche non possono pianificare razionalmente a lungo termine la loro esistenza, poiché all’interno dei contesti aziendali è premiata la capacità di «navigare a vista », a fronte di obiettivi «a brevissimo termine». Un rapporto ambiguo, dunque che non tiene conto di una realtà composita, profondamente diversificata nel suo interno, tutt’altro che omogenea, per la presenza di importanti parametri differenziatori quali: classe di appartenenza, professione e censo dei genitori, luogo e regione di nascita e di residenza, grado di istruzione scolastica, situazione del mercato del lavoro, ecc.
Queste riflessioni sociologiche ci confermano che l'essenza del problema che stiamo affrontando, non sta nella qualità delle sostanze, bensì nell'uomo. Allora sembra del tutto inutile e fuorviante ogni considerazione sulla tematica droga leggera/droga pesante ed ancora più dannosa ogni polemica sulla liberalizzazione degli stupefacenti, non proponibile, dal momento che tutte le Convenzioni internazionali - ratificate dal Parlamento italiano - hanno confermato l'impegno degli Stati contraenti a lottare contro la diffusione della droga, con metodi analoghi e mediante l'armonizzazione delle legislazioni nazionali sulla base di principi generali comuni.
Noi vogliamo non una falsa libertà per falsi uomini liberi, vogliamo l'uomo libero dalla droga e non la droga libera. Al di là di ogni polemica, è utile ricordare che la droga:

- FA MALE non perché c'è una legge che ne proibisce l'uso;
- NON CESSEREBBE DI FAR MALE se una legge ne consentisse l'uso;
- FA MALE E INDUCE TOSSICODIPENDENZA, PESSIMA QUALITA’ DI VITA E AIDS.

di Nicolò Mirenna




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