LA GUERRA DI AGOSTO

La Russia attacca la Georgia


Quasi come in un vecchio film in bianco e nero nell’agosto di quest’anno abbiamo rivisto le scena di un altro agosto, quello del 1968, quando i carri armati dell’Armata Rossa entrarono in Cecoslovacchia fino a Praga. Quarant’anni dopo l’Armata Russa è entrata in Georgia fino alle porte della capitale Tbilisi. L’improvviso attacco russo ad un paese libero ed indipendente che ha forse il solo torto di confinare con la Russia, ha trovato giustificazione da parte del Cremlino nella difesa assai controversa dell’indipendenza di due zone, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Per rispolverare la memoria l’Ossezia del Sud ha 70.000 abitanti ed è estesa per circa 4.000 chilometri quadrati, più piccola del Molise dunque. Solo la Russia e dopo la guerra d’agosto il Nicaragua (!) riconoscono la sua indipendenza dalla Georgia. L’Abkhazia è invece più grande, come l’Umbria! Gli abitanti sono 250.000 e il territorio è di 8.400 Km quadrati. Abbiamo offerto con una certa pedanteria questi dati per sottolineare la sproporzione del casus belli rispetto a ciò che è poi accaduto a livello mondiale e alle conseguenze politiche. Pochi hanno ricordato che lo scontro russo-georgiano ha provocato morti fra i civili e distruzioni: il mondo di oggi fa fatica a dar valore alla vita umana. La cronaca di ciò che è accaduto (fra l’altro nei giorni di vacanza e con le cancellerie semi vuote soprattutto nei paesi Ue) è conosciuta. I Russi si sono installati senza problemi in Ossezia e Abkhazia, hanno semidistrutto le installazioni militari e gran parte dell’armamento della Georgia e cercato (non ci sono ancora riusciti) di far cadere il «cadavere politico», come lo ha elegantemente definito il presidente della Federazione Russa Dmitry Medmedev in una intervista al TG1, Mikhail Saakashvili, il presidente georgiano eletto in libere e democratiche elezioni. Senza sottovalutare alcuni dati reali della controversia fra Georgia e Russia per questa modeste questioni di frontiera, il blitz russo ha ben altre e più robuste motivazioni. Se ne potrebbe stilare un lungo elenco, ma in verità esse si riducono a non più di tre o quattro. Che si stesse preparando qualcosa era già nell’aria da un po’ di tempo e gli osservatori attenti avevano denunciato possibili picchi di crisi. Anche qui per cercare di capire qualcosa aiutano la lettura di avvenimenti di politica interna russa degli ultimi mesi e dei rapporti deteriorati con gli USA, la Nato che erano già tali dall’anno passato, con la famosa crisi dello scudo spaziale. Aiuta anche la visione di una carta geografica dell’area caucasica e soprattutto del reticolo degli oleodotti e gasdotti in attività e progettati, da Baku all’Europa occidentale. È ormai noto che la politica di potenza della Russia di Putin, che anche se non è più presidente della Federazione, è lui il vero leader del paese, ha sostituito la minaccia militare e atomica dell’URSS con quella più convincente di Gazprom, l’ente che controlla l’intero comparto energetico russo e alla cui testa è stato fino alle ultime elezioni, l’attuale presidente Medmedev. La Russia senza mezzi termini ha sempre fatto capire che vuole mantenere il controllo dell’estrazione, trasporto e distribuzione di gas e petrolio. La cosa fino a qualche tempo fa era riuscita, ma alcune manifestazioni di autonomia in qualche paese, Ucraina, Georgia o di preoccupante instabilità, Armenia e Azeirbagian hanno creato preoccupazione a Mosca. Il progetto di installazione di radar e basi missilistiche in Polonia e Repubblica Ceca e soprattutto di estensione della Nato in Georgia e Ucraina hanno spinto i russi a operazioni come l’ultima, approfittando del fine presidenza Bush, delle tempeste finanziarie e monetarie mondiali (la borsa di Mosca ha perso negli ultimi mesi più del 40%) e del ballo del prezzo del petrolio. Il colpo è stato shoccante e le reazioni all’azione militari lente, contraddittorie e sostanzialmente inefficaci. Senza nascondersi dietro al classico dito, per la prima volta dall’inizio dell’alleanza USA- Europa della fine anni’40, mai come in questa occasione (forse nel ’56 con l’attacco franco-inglese a Suez) europei ed americani si sono trovati in posizioni così diversificate e questo ha indubbiamente dato un’occasione di vantaggio ai russi. La Ue si è mossa all’inizio con prudenza e il suo presidente di turno Nicolas Sarkozy, pur manifestano un attivismo evidente, ha forse ottenuto solo risultati più mediatici che politici. I russi hanno ottenuto quel che volevano, prima fra tutte l’impossibilità per la Georgia ad entrare per ora nella Nato e far naufragare il progetto di oleodotto che passando per la Georgia non sarebbe stato sotto il controllo russo. Il «petropotere » di Mosca è aumentato. Ma Mosca ha veramente vinto? Veramente nell’aria c’è una nuova «guerra fredda»? Nessuno può affermarlo. Fra il «soccombere» al Cremlino e a puntare i nostri missili contro, ci sono molte altre strade. L’importante è percorrerle insieme, europei ed americani.

di Angelo Sferrazza




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