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Servizio utile od operazione di facciata? Il provvedimento governativo che, con
effetto dal 5 agosto scorso, ha inserito
nel dispositivo di sicurezza nazionale
tremila soldati impegnati, per 6 mesi
(rinnovabili), nella vigilanza di alcuni centri
di permanenza temporanea per immigrati e di
siti sensibili dislocati in Roma, Milano e Napoli,
oltre che nel concorso per l’effettuazione
di pattuglie miste con le Forze dell’ordine,
nelle già indicate città ed in quelle di
Bari, Catania, Torino, Verona, Palermo e
Padova ha provocato non poche reazioni sia
a livello politico-sociale che tecnico, meritevoli
di attenzione e di commento.Tralasciate le critiche facenti parte del normale gioco politico fra maggioranza ed opposizione e l’analisi sulle responsabilità dell’insicurezza percepita dai cittadini, che le due parti alternativamente si scambiano, si può intanto precisare che l’oggetto del contendere riguarda essenzialmente la terza delle tipologie d’impiego previste: le pattuglie miste. Ora queste, secondo quanto annunciato, dovrebbero essere svolte a piedi e preferibilmente di notte. Tale modalità di esecuzione non mi pare criticabile, atteso che solo a piedi si può osservare attentamente le zone a rischio e controllare cose e persone incontrate. Il fatto poi che le pattuglie abbiano possibilità di eseguire arresti in flagranza è automatico e perfettamente legittimo, atteso che esse sono capeggiate da ufficiale od agente di polizia giudiziaria (CC., PdS, GdF). Che l’operazione sia prima di tutto di immagine lo ammette implicitamente il Governo che l’ha preannunciata, divulgata e sostenuta attraverso i media, anche per ridurre il divario fra l’insicurezza percepita (basata su sensazioni emotive) e quella reale (oggettivamente misurata da rilevazioni ed elaborazioni statistiche). Se, come spiegano gli esperti, il sentirsi sicuri, è più importante che esserlo davvero, come criticare anche questa finalità? Obiettano però altri che la presenza dei soldati sulle strade (un migliaio circa sarebbero gli impegnati nell’incombenza) esalterebbe la percezione della gravità delle situazione, visto che non può più essere affrontata con i soli mezzi ordinari delle Forze dell’ordine, cui peraltro sono state sottratte risorse finanziarie che ne limitano le prestazioni operative. Da ciò una paventata militarizzazione delle città, un’immagine negativa, l’esaltazione quindi dell’insicurezza percepita, in luogo della asserita riduzione. Personalmente ritengo queste valutazioni volutamente strumentali ed insufficientemente motivate. Lascio tuttavia al tempo la dimostrazione concreta della validità dei pro e dei contro. Vero è intanto che, a distanza di appena un mese dall’apparizione delle pattuglie miste, l’argomento è quasi del tutto scomparso dalle cronache quotidiane. Discorso a parte meriterebbe invece una valutazione allargata alla sospensione della leva ed alla mancata creazione di una Guardia civile (o Esercito territoriale) da affiancare alle Forze armate professionali per esigenze di Difesa civile, come avviene in USA o Gran Bretagna e come più volte è stato proposto anche dall’ANC, che voleva il mantenimento della coscrizione obbligatoria, estesa alle donne e ridotta in durata, per alimentare: • in prima istanza, la Guardia civile con chi, avendone l’idoneità chiedeva di farvi parte; • in seconda istanza, il Servizio civile con i rimanenti coscritti, destinati ad impieghi di protezione civile o, quantomeno, di pubblica utilità. L’impiego della Guardia civile sarebbe stato meno drammatico di quello delle Forze armate professionali, addestrate per missioni assai più impegnative, dotate di sofisticati mezzi di osservazione, comunicazione, trasporto, armamento ed altro ancora. A parte queste ragioni di ordine generale, ritengo infine fondate le censure - sostenute anche dai sindacati di polizia - in termini di economicità di spesa: ha senso togliere alle Forze dell’ordine per spendere di più sui capitoli delle Forze armate? In proposito mi chiedo perché il Governo non abbia addotto l’unica motivazione valida a giustificare questo particolare impiego di militari professionisti. Se essi infatti debbono operare essenzialmente all’estero in missioni di pace od umanitarie, debbono apprendere in concreto dalle Forze dell’ordine i rudimentali criteri sul controllo del territorio e delle popolazioni civili che vivono sullo stesso. Preparati a combattere un nemico armato, identificato ed appariscente, oggi sono invece chiamati a conquistare le menti ed i cuori di popolazioni civili entro cui si annidano pericolosi terroristi o guerriglieri. In siffatti contesti, la netta e secolare divisione di competenze fra Difesa e Sicurezza scompare; si esalta il servizio informativo; diventano essenziali i rapporti e le relazioni con le Autorità e le strutture sociali del luogo; si vince separando i buoni dai cattivi e colpendo severamente questi ultimi solo dopo la loro inequivoca identificazione. Sono cose che le Forze dell’ordine svolgono nella quotidianità e che le Forze armate professionali possono apprendere dalla nuova esperienza cui sono stati oggi chiamati. Ultima chiosa vorrei dedicarla all’appannamento (talora diventa rinuncia) dell’attività preventiva ed al connesso funzionamento della Giustizia in Italia, che pur offrono un grosso contributo all’esaltazione dell’immagine dell’insicurezza. È proprio necessario attendere nuove leggi o la modifica di quelle esistenti per censire un gruppo di zingari? per accertare che i loro figli vanno a scuola? per denunciare un sanitario che attesta l’esistenza di un’inesistente invalidità lavorativa? per procedere penalmente contro chi periodicamente occupa strade ed autostrade, stazioni ferroviarie e treni? La speranza è che gli eccessi dei tifosi napoletani che il 31 agosto scorso hanno voluto raggiungere Roma con violenza e prepotenza (i pochissimi fermati sono stati subito rimessi in libertà) abbia finalmente convinto tutti che la sicurezza dei cittadini va garantita sempre, e verso chiunque. di Giuseppe Richero
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