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Un impegno pastorale di Mons. Antonino Pace Sulla dottrina sociale della Chiesa, sempre rapportata
ai tempi, ricordiamo una magistrale lezione, trasformata
in opuscolo, del cardinale Tarcisio Bertone,
Segretario di Stato di Sua Santità, memore degli
studi e degli aggiornamenti teologici d’antico Rettor Magnifico
dell’Università Salesiana. A questo mi ha fatto pensare
un intenso studio, «La Nuova Evangelizzazione» Guida editore
in Napoli, di monsignore Antonino Pace, mio vecchio
amico, prete di grande sensibilità e cultura che da un trentennio
più non vedo nonostante periodici contatti epistolari.
Lui e io con le nostre rispettive macchine per scrivere che
fino ad ora, e chissà per quanto tempo a venire, ci consentono
di ben comunicare, di dirci il dicibile senza mai nemmeno
una zampata nel terreno dei computer.E questo viene affermato né per insipienza né per vanteria, da entrambe le parti, soltanto perché i nostri meccanismi mentali riposano sulle cose imparate che ci spiace accantonare. Ci parrebbe di far loro un torto, di esserne ingrati. Dell’erudito uomo di Chiesa partenopeo mi sovviene un saggio impegnativo e precursore (correva l’anno 1971) «L’uomo dei campi alla svolta dei tempi» nel quale si annotavano le radicali trasformazioni intervenute nel tessuto sociale agricolo in senso stretto, potendo infatti la sola ruralità divergere dal lavoro dei solchi: rurale è ad esempio il medico che vive in campagna e agricolo non è. Qui si va oltre, si entra nella filosofia contadina che regge a ogni modernismo e che evidenzia come i più coscienti del proprio ruolo fondamentale nella vita siano gli agricoltori che così si esprimono: «Diamo da mangiare a tutti ed è ciò che ci rende collaboratori del piano provvidenziale di Dio». Globalizzato come volete, geneticamente modificato se necessario, è sempre dalla terra che viene il nutrimento, quindi chi la lavora è oggi ai vertici della scala sociale. Netto quindi il capovolgimento di considerazioni che in mezzo secolo è intervenuto, accentuandosi negli anni a noi più vicini. E qui Antonino Pace, statistiche alla mano che in agricoltura sono sempre un po’ approssimative, ci dice che cosa è cambiato nella popolazione attiva italiana specie al Sud, e come stia imponendosi un modello di coltivatore che risiede lontano, relativamente, dal posto di lavoro, raggiungendolo in comode automobili e riservandogli un orario sindacale seppur padronale. Con rara competenza e intelligenza l’autore si rifà al tipo nuovo di dottrina sociale della Chiesa che incomincia con Leone XIII e le cui ramificazioni le possiamo scorgere persino nella non infrequente ospitalità che le chiese danno a chiunque abbisogni d’un ricovero in situazioni calamitose, quando la Natura s’infuria e si ribella all’uomo che l’insulta, che con eccessiva disinvoltura (incoscienza) la spreme all’inverosimile nella sua essenza. Così l’occupazione «di luoghi sacri eminentemente visibili (...) è un atto simbolico che non evoca una penalizzazione, ma un’invocazione. Ci rivolgiamo alla Chiesa visto che nessuno ci ascolta...». E a volte sono diseredati, con l’ulteriore gravame d’una disoccupazione cronica. «Mutatis mutandis», insomma, viene un forse impertinente parallelismo con il remoto carrettiere che dormiva tre ore per notte, arrancava con la cavalcatura alle stanghe spingendo le ruote del carro nell’erto, doveva mantenere moglie e prole, quindi le sue proverbiali bestemmie erano, a modo loro, un’invocazione al Supremo, «perché non mi aiuti, Dio mio?». La nuova evangelizzazione, dice sostanzialmente l’autore, nasce tra odio di classe e scomunica (anch’esse situazioni desuete), tra preti operai e pastorale sociale del lavoro sperimentata in una realtà difficile dove da un lato «un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco men che servile», e lo sparuto numero di padroni del vapore, in economia, fa ciò che vuole, condiziona persino il respirare del prossimo: secondo l’enciclica Quadragesimo Anno. di Franco Piccinelli
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