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L’umanità dei Carabinieri è un valore costante Era il 21 giugno 1940 quando da Carignano, dove
il Principe Umberto aveva stabilito la sede del
Comando del Gruppo di Armate, parte l’ordine
di attaccare la Francia.Le truppe italiane iniziano a varcare le Alpi ma incontrano notevole resistenza per cui riescono ad ottenere risultati solo marginali al Colle del Piccolo San Bernardo ed al Colle della Maddalena. Un episodio di rilievo è però l’espugnazione del Forte delle Traversette che era uno dei più forti capisaldi del sistema difensivo francese. Dei grandi centri viene occupata solo Mentone sulla Costa Azzurra. Il 23 giugno, per trattare l’armistizio separato con l’Italia, giungono a Roma i plenipotenziari francesi i quali, con somma sorpresa, rimangono colpiti dalla mitezza delle condizioni italiane che si limitano ad imporre la smilitarizzazione di una fascia territoriale di frontiera profonda una cinquantina di chilometri. Inizia così la sovranità italiana su parte del territorio francese. «Qui staremo proprio bene», esordì l’appuntato Fornasero rivolgendosi al brigadiere Falcone. «Sembra un bellissimo paese, l’aria buona, la gente tranquilla », continuò, asciugandosi la fronte imperlata di sudore. Poi si volse all’indietro, si guardò attorno e tenendo il moschetto 91/38 con la sinistra, da buon appuntato ripose con calma il fazzoletto nella tasca dei pantaloni quasi a voler dire: « signor brigadiere qui avremo tutto sotto controllo». I due carabinieri erano finalmente giunti a Saint Martin Vèsubie, nei pressi dell’Htel Terminus, dove dovevano mettere in piedi un comando di stazione simile a quello che avevano lasciato da poco in Piemonte, vicino ad Asti. L’appuntato era un piemontese di Saluzzo, il brigadiere era originario di Avezzano, in provincia dell’Aquila. Tutti e due nati ai piedi delle montagne e vissuti tra gente forte, abituata ai sacrifici silenziosi ed alle rinunce, temprati da quell’educazione montanara basata sui valori della famiglia e della religione. Essi erano nell’Arma da circa venti anni ma erano stati assegnati a reparti di occupazione ed inviati in Francia per svolgervi servizio d‘istituto. Stavano per varcare la soglia dell’hotel quando ecco venire loro incontro un distinto signore sulla cinquantina, alto di statura, dalla faccia paffuta e simpatica, vestito di un abito marrone di ottima foggia che tradiva però le ristrettezze economiche e le difficoltà in cui ci si dibatteva a causa della guerra. «Bonjour, signori» disse con un tono suadente, quasi volesse predisporre bene i due carabinieri. «Sono il proprietario dell’albergo, il mio nome è Louis Dupin e sono a vostra disposizione». «Come inizio non c’è male» si fece scappare l’appuntato Fornasero che, raggiunto da un’occhiataccia del brigadiere, capì subito di aver fatto la tipica affermazione fuori luogo. Ma il ghiaccio era rotto. Fornasero, di origine piemontese, si sentiva naturalmente portato a simpatizzare con i francesi. E poi, tanti anni prima suo nonno materno era emigrato a Parigi dove ancora viveva un suo cugino con il quale scambiava gli auguri a Natale, ma non tutti gli anni. Il dialetto che si parlava a Saluzzo aveva tante parole quasi simili a quelle francesi e questo aveva indotto il brigadiere Falcone a nominarlo «interprete ufficiale», incarico di cui l’appuntato andava fiero pur consapevole di non esserne all’altezza. A volte, quasi per esercitarsi, scambiava qualche battuta con la signora Emille, la moglie del proprietario, che aveva fatto il viaggio di nozze sulla Riviera Ligure e farfugliava qualche parola d’italiano. Quando uscivano di pattuglia in paese, molti li salutavano con simpatia. In fondo erano due bravi carabinieri che svolgevano il loro compito di sorvegliare il territorio e di fare in modo che la gente potesse avere un minimo di tranquillità pur in un clima così drammatico. Monsieur Dupin non nascondeva la sua contentezza perché per mezzo dei carabinieri che avevano utilizzato solo alcune stanze egli aveva potuto salvare l’intero l’albergo. E non perdeva occasione per essere loro riconoscente. Una sera arrivò al punto da andare in cantina a prelevare una bottiglia di acquavite stravecchia e di offrirla a «les italiens» spacciandola per grappa che egli diceva di aver fatto segretamente distillare da un suo amico vignaiolo. Saint Martin Vèsubie era un paese come tanti altri dell’entroterra e la gente conduceva una vita piuttosto tranquilla ed in modo tradizionale finchè non toccata dagli effetti delle scelte del governo di Vichy che, allineandosi alla politica di Hitler, si distingueva in pesanti inquisizioni poliziesche ed in deportazioni di massa. In una situazione in cui agli occupanti italiani si fa risalire un progetto di protezione degli ebrei, ecco che a Saint Martin Vèsubie viene creata, come in altri piccoli centri dell’entroterra, un sistema di «residenze coatte » in modo da allontanare gli interessati dalle fasce costiere del territorio ritenute assai più pericolose per la loro incolumità. A questo riguardo, da parte di qualche storico viene avanzata la tesi che nel sud della Francia gli ebrei sotto occupazione italiana vivessero una parentesi di «surreale tranquillità». Tra l’altro risulta che le autorità italiane si prodigassero perché dai loro documenti personali fosse eliminata la «J» (Juif), scatenando le ire degli alleati tedeschi e dei prefetti francesi. Si sostiene anche che nel periodo in cui la Costa Azzurra fu soggetta ad occupazione italiana molti di quei nuclei famigliari ebbero la possibilità di ricomporsi e madri, padri e figli poterono ritrovarsi dopo precedenti dolorose separazioni. Ma non è questo che voglio dirvi né soffermarmi sulla tesi «buonista» degli occupanti italiani in terra francese. Voglio invece continuare a raccontarvi dei nostri due carabinieri che pattugliano San Martin Vèsubie e che di tanto in tanto fanno una visitina ai cittadini di origine ebraica accolti in paese. Il 6 aprile del 1943 era stata una giornata splendida. Un’aria tiepida di primavera aveva sfiorato per tutto il pomeriggio il viso del Brigadiere Falcone e lo aveva messo di buon umore. Egli, però, era anche preoccupato per le brutte notizie che si sentivano in giro. Le famiglie di ebrei che erano venute a vivere in paese continuavano ad esternare molti timori sulla loro sorte e ne parlavano in termini drammatici. Si diceva di gente sparita nel nulla, deportata chissà dove, di bambini divisi dalle madri; insomma una gran confusione nella testa del brigadiere che non riusciva a capacitarsi di quanto male fosse capace l’uomo. E pensare, andava ripetendosi il sottufficiale, che fin da piccolo la madre gli aveva sempre ricordato che ogni essere vivente è creatura di Dio e che la vita, in quanto sacra, deve essere sempre rispettata e difesa. «Mandatemi a chiamare il gendarme Fougere della locale Brigade e ditegli di venire subito qui» gridò il brigadiere appena rientrato in ufficio sul far della sera. Il tono perentorio con cui egli si era rivolto ai suoi sottoposti non faceva presagire nulla di buono. Un carabiniere si precipitò presso il comando della Gendarmeria e comunicò l’ordine. Le preoccupazioni del brigadiere Falcone non erano infondate. Nel suo giro di perlustrazione alcuni abitanti del paese gli avevano infatti riferito che nello stesso pomeriggio due esponenti della gendarmeria francese si erano recati al numero 2 di Via Rumpelmayer per un controllo alle signore Herna Koch, Adele Shirbach ed al signor Leo Kock, ebrei austriaci, rifugiatisi nella locale «residenza assegnata» posta sotto controllo italiano. «Avanti» urlò il brigadiere Falcone al gendarme Fougere che, precipitatosi in Stazione, aveva bussato alla porta. «Si sieda e stia bene a sentire: tutti gli stranieri attualmente a Saint Martin Vèsubie, in residenza assegnata, sono sotto la mia sorveglianza. Essi dipendono esclusivamente da me e voi non avete assolutamente nulla a che vedere con loro. In serata voi siete andati da alcuni di loro per chiedere informazioni. Essi non hanno alcun ragguaglio da darvi e voi non avete nulla da chiedere a loro. Malgrado la libertà di cui essi godono, voi dovete considerarli internati in un campo di concentramento, circondato da filo spinato, sorvegliato militarmente ed al quale non potete avvicinavi. Voi non dovete interrogarli per nessun motivo né presso la loro residenza né in strada. Voi non dovete dimenticare che noi siamo in Francia, in un paese conquistato, per cui dovete comprendere che non dovete avere nulla a che fare con gli stranieri che sono posti sotto il nostro controllo. E che questo episodio non abbia più a ripetersi». Il gendarme Fougere ascoltò pallido ed impassibile senza fare obiezioni ma, una volta fuori della Stazione, si precipitò al suo comando riferendo l’accaduto. Il suo rapporto n. 2354/3 S, datato 7 aprile 1943, ritrovato di recente, venne inviato a tutti i suoi superiori gerarchici fino a livello di Legione ed alla Prefettura di Nizza che dovettero necessariamente tenerne conto. Purtroppo, non sappiamo se Herna, Adele e Leo ed altri ebrei ospitati a Saint Martin Vèsubie siano riusciti a tornare alle loro case in Austria. A me piace tanto pensare che lo abbiano potuto fare con l’aiuto di uno sconosciuto brigadiere dei Carabinieri che credeva nella sacralità della vita e nel rispetto dovuto ad ogni essere umano, senza alcuna distinzione. di Franco Cardarelli
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