SUPERARE LA CRISI E FAVORIRE LO SVILUPPO

Il G8 a L’Aquila

Nella città sconvolta dal terremoto e ancora ferita nel cuore, i potenti o grandi della terra, come sono stati chiamati dai media con una dose di eccessiva retorica, hanno affrontato in momenti diversi e in riunioni a numerazione variabile, G8 e G14, i temi più importanti del momento: crisi economica, regole comuni per la finanza (l’etica come uno dei punti di riferimento), clima (contenere entro i 2 gradi il surriscaldamento della terra), nucleare e proliferazione con una particolare attenzione all’Iran (trovare una soluzione diplomatica) ed alla Corea del Nord (dura condanna sugli esperimenti e lancio di missili), sviluppo dell’autosufficienza alimentare nei Paesi poveri (stanziati 20 miliardi di dollari), riforma del commercio (chiudere entro il 2010 il negoziato di Doha per la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio e impegno contro il protezionismo), problema dell’acqua in Africa (approvata una dichiarazione senza impegni concreti). Tre giorni intensi, in una cornice inusuale per un vertice internazionale, ma con l’Italia che ha vinto la scommessa di organizzarlo proprio in Abruzzo. Ma l’Italia ha vinto anche su un altro piano, quello politico: il lungo lavoro preparatorio di redazione e coordinamento dei documenti è stato all’altezza della tradizione diplomatica della Farnesina e quello della sicurezza una riprova della altissima preparazione ed efficienza delle Forze dell’Ordine, così come quello dell’ospitalità, sulla quale non sussisteva dubbio alcuno. Il G8 de L’Aquila si situa in un momento delicato della crisi finanziaria, economica ed industriale, quando non è ancora chiaro se essa si sia bloccata così da sperare di essere sul punto di ritorno alla normalità. I leaders, da Obama alla Merkel, da Berlusconi a Sarkozy, a Brown hanno espresso convincimenti non identici, con evidenti sfumature, seppur tutti convinti che la strada intrapresa dai vari Governi sia, in misura più o meno efficace, quella giusta. Il Presidente degli Stati Uniti è parso quello più preoccupato specie sul tema della disoccupazione che può mettere a repentaglio la «stabilità sociale» e ha manifestato timori che dal fronte delle banche possano riemergere altri pericoli. Ma ha anche espresso fiducia che da questa crisi scaturiscano grandi novità, soprattutto su un nuovo modo di produrre nel rispetto dell’ambiente. Come sempre, all’indomani di questi vertici si intrecciano i giudizi sui risultati e come d’abitudine viene, per comodità, scomodato il bicchiere «pieno o vuoto a metà». Il problema è che i «G» sono organismi che non possono obbligare gli Stati partecipanti ad agire secondo le «raccomandazioni » espresse, non essendoci da parte degli Stati stessi nessun trasferimento e cessione di sovranità, come accade ad esempio nei confronti dell’Alleanza atlantica e dell’Unione europea. Ma quel che conta è la linea che emerge, il potere di persuasione nei confronti dei non partecipanti, la «filosofia» che si manifesta. E qui si apre un discorso, già affrontato in varie sedi, ma che a L’Aquila ha fatto molti passi in avanti. Il G8 basta per «governare» la globalizzazione e le sue patologie negative? Probabilmente no. L’attuale G8 è nato (prima G5 e poi G7 e infine G8 con l’ingresso della Russia), nel 1973 a seguito di una riunione informale organizzata dal Segretario al Tesoro statunitense George Schultz e indetta per discutere su temi monetari e sulla crisi degli accordi di Bretton Woods e a cui parteciparono, oltre agli Usa, Francia, Inghilterra, Germania occidentale e Giappone. I francesi perfezionarono l’«idea» e si dette vita così al «Gruppo » che nel ’75 fu poi allargato anche ad Italia e Canada. Per la cronaca si deve ricordare che nei confronti dell’Italia ci fu una non nascosta ostilità da parte di Francia e Gran Bretagna. Ma, così come avvenne per l’Alleanza Atlantica con Truman, fu ancora un Presidente USA, Gerald Ford, ad imporsi e a far ammettere all’esclusivo club l’Italia del governo Moro. Ci si interroga se il «potere» del G8 è ancora tale come quello espresso fino agli anni ottanta: pareri ovviamente diversi, ma le cifre parlano chiaro. La popolazione dei Paesi del G8 è il 13% di quella mondiale come nel ’75. È il Pil che dal 2004 ad oggi è passato dal 65% al 53% e questo a causa delle economie emergenti di Cina ed India. Da qui l’idea di passare dal G8 al G20, cioè associare paesi asiatici, africani, sud americani ed australi. Tema aperto, rimandato alla prossima riunione di Pittsburgh. Quel che è certo che l’attuale formula non è più aderente alla realtà politica ed economica. A dimostrarlo basterebbe cosa ha significato l’abbandono, per ragioni di politica interna, del vertice de L’Aquila del premier cinese Hu Jintao. Cosa rimane del G8 de L’Aquila: successo per Italia, come lo hanno manifestato tutti i leaders e la stampa internazionale, soddisfazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che del vertice è stato Presidente e sopratutto rinnovata considerazione del nostro Paese e del suo ruolo internazionale. Da non dimenticare infine l’incontro del Presidente Barack Obama con il Santo Padre Benedetto XVI: un incontro storico che aprirà, è nella speranza di tutti, una stagione nuova nelle relazioni e nella collaborazione fra USA e Santa Sede anche nello spirito della straordinaria enciclica Caritas in Veritate presentata proprio il 7 luglio, alla vigilia del G8.

di Angelo Sferrazza




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