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Forse con nostalgia... Saranno pure giorni, settimane di vacanza, di riposo, di
distensione, ammesso che quest’ultima abbia ancora
un significato: intanto un occhio è aperto sull’autunno
che non è lontano e si teme che sia peggio di
quanto realmente poi sarà. Fu sempre così, da quando i cancelli
Fiat a Mirafiori, nell’amata Torino, per anni e anni si
chiudevano il 31 di luglio per riaprirsi senza indecisioni dopo
quattro settimane esatte, per qualcuno anche cinque indipendentemente
se lo avesse o meno meritato. Che tempi. Eppure ci furono. Ad esempio s’insegnava (e s’imparava) fin da bambini il significato dell’ordine e la sua applicazione subito verificata in camera da letto per chi ne aveva una tutta per sé, o nello spazio attorno al letto nella vita di caserma perdurando la naja, servizio militare allora obbligatorio. Che tempi davvero. Appunto. Abituati a prendersi cura di sé e a governare le pertinenze, diventare ordinati era un gioco. Le lenzuola tirate su perché prendessero un po’ d’aria in casa e in caserma, ma qui subito ridistese con i teli e la coperta bene equilibrati: la riga bianca della catalogna era guida per una perfetta ricomposizione dell’armamentario notturno che, di giorno, si ergeva a tumulo. Colazione in orari rapidi, lasciar pulito e senza briciole il posto occupato a tavola ma anche seduti per terra nel cortile della Trevisan a Bra. Alcuni aristocratici di belle speranze arrotolavano il tovagliolo di lino con il quale s’erano tamponati le labbra, serrandolo poi in un cerchietto fortunatamente passato di moda in fretta e rimasto qualche po’ di più nelle pensioni montane e marine con trattamento familiare: secondo la specificazione reclamistica. Cartella di scuola preparata la sera, con i giusti quaderni e testi da recare in classe il mattino successivo. Così, un braccio allungato a prendere, ad afferrare, e via verso la scuola con i propri piedi per bus (cresciuta l’età, bombe a mano nello zaino da lanciare nello Stura e scarponi chiodati per veicolo di piaghe dolenti sui piedi disabituati). Ma la mente così ordinata, nel passare degli anni allenava alla vita, niente mezze cartucce, bisognava farcela a qualunque costo. Orgoglio d’essere riusciti. Priorità d’impegni stabilita dall’esperienza, nessun promemoria sull’agenda, forse l’assenza di planning la garantiva la buona memoria: tutto scritto lì, dietro la fronte. Se fondamentale una scadenza, bastava un’annotazione sull’almanacco appeso al muro. Questo (e qualcos’altro) era detto ordine: in famiglia, nel paese, nel quartiere, entro i confini conosciuti, di conseguenza era ordine universale. Si capisce, c’era chi l’osservava di più, altri erano approssimativi, altri mugugnanti ma ossequienti. Nel brutto e nel bello, nelle voglie di prevaricare nelle pacifiche neutralità, nelle alleanze protettive e nelle coalizioni aggressive di spazi altrui non necessariamente territoriali: il più delle volte di natura economica mascherata con altisonanti finalità, umanitarie quando non si sapeva come giustificarle. Ed eccoci al dunque: l’economia, appunto, il denaro, l’insaziabile voglia di dominio attraverso il possedere. La ricchezza da accumulare cioè il disordine nel pretendere ricorrendo a qualsiasi mezzo, omicidio o genocidio nei due estremi. Gran confusione, quindi discordia assoluta, fra prezzi all’origine e al dettaglio. Per dirne una, fra ciò che vengono pagati i cereali sul campo e la centuplicazione del prezzo una volta impacchettati. Sottrazione di terreni a un’agricoltura sempre più risicata e giustificazioni di ricerche per nuove fonti di carburante. Disordine, ancora. Constatiamo che quanto ci viene rappresentato è fittizio, compresi il bell’apparire, l’eleganza, la ricchezza privata e pubblica millantata, la disponibilità nominale dei miliardi di buona memoria che forse illudevano a loro volta. E parlano molti dei politici per smentirsi subito o per puntellare il già detto non volendo correggersi. Il gossip nei quotidiani di rispetto è elevato a notizia, la notizia vera non esiste più, la si inventa anch’essa: quando non si tratta di tragiche realtà d’incidenti stradali e morti bianche, quasi mai fatali. Se ne andrà San Lorenzo, l’uva prenderà a nereggiare, faremo i conti con mille nuovi esperti d’enologia. Non fummo Enotria? di Franco Piccinelli
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