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Finita la campagna elettorale, come sempre accade, si spengono i riflettori ed i grandi temi che interessano gli anziani e le risorte speranze di imminenti risoluzioni dei comuni problemi di natura pensionistica si avviano ad essere ancora una volta riposte e dimenticate nei cassetti della politica e della burocrazia con la scusa che il PIL è in decremento, l’equilibrio finanziario verrebbe compromesso, la crisi finanziaria internazionale non lo permette, il precariato ha la priorità, ecc. ecc.: una lunga serie di problematiche economico-sociali sembrano tutte avere più importanza dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita, del loro agganciamento alla dinamica salariale, della rivalutazione delle pensioni d’annata, dell’aumento delle pensioni di reversibilità e di tutte quelle altre provvidenze che dovrebbero essere destinate a coloro che hanno dedicato la loro vita al lavoro ed in gran parte costituiscono la parte più indigente, debole e malata della società. Eppure è dai più riconosciuto che il nostro sistema pensionistico ha urgente bisogno di una riforma profonda che abbandoni soluzioni corporativistiche e percorra la via maestra della universalità: abbiamo cioè bisogno di norme che disciplinino la materia specifica in modo uniforme, senza differenze tra categorie di lavoratori, come già avviene nei due settori dell’assistenza e della sanità. Le insufficienze di reddito pensionistico non possono più essere colmate con correttivi parziali come il ricorso al riscatto dei periodi di laurea, alla totalizzazione dei contributi od ai contributi figurativi; ed inoltre la abnorme diffusione di lavori intermittenti o la ridotta contribuzione causata dai bassi salari non incentivano il ricorso alla pensione da contribuzione che risulta più bassa di assegni e pensioni sociali. Quando un grande statista si deciderà ad affrontare definitivamente questo rilevante problema sociale, egli dovrà pilotare senza tentennamenti la revisione del sistema pensionistico pubblico su due binari: una pensione di base che, finanziata dal fisco nel rispetto del succitato principio della universalità, assicuri a tutti i cittadini una vita sociale decorosa, ed una prestazione pensionistica aggiuntiva di tipo contributivo; l’insieme delle due componenti è certamente in grado di dare agli anziani lavoratori quella serenità e sicurezza che meritano dopo tanti anni di lavoro e di sacrifici e garantirebbe anche le pensioni delle future generazioni. Se la ricorrente invocazione di rispettare i dettami di numerosi articoli della nostra Carta Costituzionale attinenti alla materia ha finora trovato soltanto parziale soddisfazione, una speranza più fondata ce la offre il Parlamento Europeo che in passato ha obbligato tutti i Paesi dell’Unione ad uniformarsi a norme finanziarie e sociali che altrimenti non sarebbero state mai approvate dal nostro Parlamento; e poiché da diversi lustri le Nazioni più avanzate del nord-Europa hanno armonizzato in modo invidiabile il sistema pensionistico, si può essere fiduciosi che tra non molto i nodi verranno al pettine ed anche ai rimanenti Stati europei, compresa l’Italia, toccherà adeguarsi a quelle norme. Nel frattempo chi non è malato ed ha possibilità di lavorare, non aspetta che la manna scenda dal cielo: si accontenta per ora della possibilità di cumulo tra pensione e nuovo reddito e svolge, seppur a ritmi ridotti, una qualsiasi attività lavorativa retribuita, difendendo così la sua pensione dall’inflazione media annuale del 2- 3%, oppure, in mancanza d’altro, offre alla famiglia quella collaborazione domestica che alla non disprezzabile rilevanza economica aggiunge un sicuro e prezioso valore affettivo. di Sergio Filipponi
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